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Miei cari figli, vi scrivo - Lilia Bicec

Lilia è una giornalista moldava di trentacinque anni che parte per raggiungere l’Italia in modo clandestino. Una volta giunta in Italia Lilia si ritrova a raccontare, tramite lettere ai suoi figli che non manderà mai, il suo percorso alla ricerca di un posto in cui vivere e da cui garantire loro un futuro migliore rispetto a quello che li aspetta in Moldavia, paese dell’ex Unione Sovietica, povero e corrotto.
Attraverso le lettere scritte da Lilia si può leggere il dolore e la solitudine di una mamma in un mondo che non è sempre buono con lei, ma anche il desiderio di raggiungere comunque il proprio obiettivo. Lilia, infatti, non perde mai la speranza: si fa coraggio e cerca sempre la luce dentro il tunnel.
Scrivendo, Lilia si sfoga, si sente meno sola e più vicino a loro, che nel frattempo stanno crescendo senza di lei.

La recensione completa la trovate qua https://www.bresciasilegge.it/miei-cari-figli-vi-scrivo-lilia-bicec/

Lei, Armando - Armando Borno, Nicola Baroni

“Lei, Armando” è un racconto intimo e di prima mano del Carmine degli anni ’70 e della comunità di persone transgender che animava all’epoca la “Casa delle bambole” di vicolo Rossovera 5. Scritto da Nicola Baroni che ha intervistato un protagonista del tempo, Armando Borno, “Lei, Armando” è un libro fotografico prezioso che racconta una storia fatta di trasgressione e di tenerezza, di perbenismo e di camuffamenti, di difficoltà e di spensieratezza. “Lei, Armando” finisce per raccontare anche un quartiere ed una società in mutamento: nelle pagine del libro, gli autori ci rendono infatti partecipi anche di uno scambio tra generazioni che sembrano provenire da universi diversi.

La recensione completa la trovate qua https://www.bresciasilegge.it/lei-armando-comunita-trans-al-carmine-negli-anni-70/

ricerca senza risultato

ciao
ho spesso trovato con il titolo o l'autore nella ricerca e ho trovato ciò che desideravo.
Utilissimo e piacevole.
Da 2 giorni, qualsiasi ricerca propongo, non ho risultati Ho provato anche con ricerche già fatte con successo, e ancora non ho risultati.
come posso risolvere?
grazie mille

Segreti di famiglia - un film di Francis Ford Coppola

Opera complessa e stratificata, che attrae per l’intensa fisicità degli attori immersi in un bianco e nero scabroso e, negli inserti dei flashback, avvolti in un colore saturo, volutamente pacchiano.
Opera notturna e claustrofobica, con una metropoli anonima che resta sullo sfondo, quasi non entra in scena, potrebbe essere Parigi o Milano; ma è Buenos Aires.
Opera disturbante, perché l’inconscio scorre sottopelle e non smette di velare pulsioni erotiche distruttive (come il battito sordo che fa costante capolino in diverse scene). Tra transfert e controtransfert, la psicanalisi finisce sul lettino, ma anche a letto col paziente...

Impossibile essere figli nel cono d’ombra di questi padri spropositati, che soffocano ogni spazio con la propria disumana genialità congelante. La famiglia e il sangue si disperdono, e disperdono con essi l’identità stessa, il confine della persona, la natura della relazione padre-figlio-fratello-madre.
In questo senso i personaggi incarnano con precisione l’identità liquida e ubiquitaria del primo ventennio dei duemila: la cognata diventa mamma, ma anche protagonista di una danza complice sotto sguardi rubati; la studentessa disinibita si trasforma in virago mascolina, ma anche in crocerossina e madre; la vecchietta si scopre spogliarellista, ma poi è zietta melensa e infine sconcia maitresse.
È un tripudio di maschere, fino all’apice del gran finale, pesantemente melodrammatico, ma che retrospettivamente illumina posture dei personaggi ai limiti della comprensibilità.
L’epifania finale ricompone il puzzle, ma è anche un colpo basso: arrivato ai titoli di coda ti chiedi se non convenga rivedere subito il film, per coglierne finalmente le infinite sfumature.

Tre stelle abbondanti anziché quattro perché quello che convince meno è l’ostentazione di alcuni simboli facili, il cuccio, lo amorevole chiamato Problema che sfugge dal guinzaglio mentre si rimirano le tette di un cartellone; ambientazioni che sono più che altro citazioni di generi cinematografici, come il motel della Patagonia che diventa un postribolo californiano; personaggi grezzi (se non stereotipati) come la critica letteraria più potente del sudamerica; esagerazioni della trama, come la giovane madre morta dopo un lungo coma dopo un overdose dopo la rivelazione della vita…
Sbavature, cadute di scrittura, facilonerie narrative o, in sintesi, lapsus di lucidità.

Ma pur sempre tre stelle abbondanti, per un’opera di grandissima intensità.

La prima volta che il dolore mi salvò la vita - Jón Kalman Stefánsson

"scriviamocele, le poesie che nessuno ci ha ancora composto" (semi-cit.)

Stefánsson prima che diventasse Stefánsson: un viaggio nella crescita personale e nella produzione letteraria poetica di uno dei narratori contemporanei più originali e acclamati.

"Allora siamo qui
in silenzio insieme
si parla di tempo
e di inflazione
e tutto il resto
ce lo tacciamo
perché nel silenzio conservo l'oro, e
tratteniamo
le parole quasi dette
la sera
quando il mondo si manifesta"
Pag. 107

Tra i soggetti in cui lasciarsi annegare, nelle raccolte di poesie scritte tra il 1988 e il 1994, si trovano la nostalgia e il rimpianto, la gioia e il dolore, l'amicizia, l'amore, la passione, la morte, e ovviamente l'Islanda, con l'ammirazione verso coloro che hanno scritto brani prima di lui, omaggiati da altri versi. Tematiche quindi abbastanza comuni, però la forma no, proprio no.

"quante volte
non ho afferrato l'attimo sfavillante
che si rivela vetro
portato alla luce del mattino"
Pag. 253

Sempre una certezza, in questo periodo che ne è così parco.

Brescia sotto sopra - [testi Marcello Zane]

La prima parte del libro è dedicata alla storia delle canalizzazioni: al modo in cui l’acqua ha contribuito allo sviluppo della città, ma anche alle prassi e alle istituzioni che la città ha dovuto creare per governare l’accesso a una risorsa preziosa e, specie nei periodi di siccità, contesa.

La seconda parte del libro è dedicata alla riscoperta del tracciato di queste vie d’acqua: tracciato in parte ancora ben visibile oltre le mura della città antica (dove si possono ancora vedere diverse pale di mulino), ed in parte “visibile” anche all’interno del centro storico – a patto di intrufolarsi nella cosiddetta “Brescia sotterranea”.

La recensione completa la trovate qua https://www.bresciasilegge.it/sotto-sopra-marcello-zane-brescia-underground/

Philomena - un film di Stephen Frears

Come tutti i film tratti-da-una-storia-vera Philomena gode di un surplus di drammaticità legato a quel sentimento ormai perduto che è l'indignazione.
In questa storia la crudezza sta dalla parte sbagliata, nelle suore che pretendono di incarnare l'amore cristiano alla luce di un padreterno piccolo-piccolo, più che un Dio una deità che esige sacrifici di adorazione. Il perdono sta invece dove non te l'aspetti, in chi - come gli anawim del primo testamento, gli impoveriti - è stato derubato della vita del proprio bambino e, soprattutto, colpevolizzato, ma che si rifiuta di eleggere odio e cinismo a motori delle proprie giornate.
La sceneggiatura premiata a Venezia è una macchina perfetta di immedesimazione, a partire dalla vecchia irlandese protagonista di un sopruso atroce, ancora capace di stupirsi per un cioccolatino sul letto e per una battuta di un romanzo rosa, capace di vedere che dietro un cuoco c'è una persona, o di gustarsi il pane all'uvetta delle suore omertose e manipolatrici. Proletaria sì, Philomena, ma anche scafata; empatica, ma anche disincantata; e sempre gentile.
La sceneggiatura scivola magnificamente perchè abbina al plot dell'indagine una perfetta struttura a flasback che restituisce il dramma di Philomena e, con l'espediente dei filmini in superotto, la dimensione dell'intimità familiare di cui è stata derubata.
Funziona infine perchè in realtà il cuore del film resta la relazione di vicinanza e conflitto tra Philomena e il cinico giornalista, che beccheggia tra opportunismo, ipocrisia e ambizione di riscatto. Alla fine ha ragione Stephen Frears, che nei contenuti speciali spiazza dicendo che la storia, nonostante sia potentemente drammatica, tende anche un filo tenue da commedia.
Quello che resta, dopo la catarsi dell'incontro finale con il figlio rubato e dopo i titoli di coda, è la vitalità di Philomena, che non dimentica gli abbracci dell'amore che la facevano galleggiare e se è vero che perdona è vero anche che coraggiosamente non rinuncia a denunciare.
Quattro stelle piene.

Malice - John Gwynne

Ha parecchi difetti, ma nessuno così imperdonabile da rendere il libro brutto.
Stile di scrittura semplice, un po' lento forse, ma nulla di esagerato. L'ambientazione, anche se non viene approfondita è interessante. La trama sarebbe stata intrigante, anche l'intreccio con le varie sotto trame è ben gestito, se non fosse che è tutto molto prevedibile, non c'è mai veramente del pathos perché si immagina tutto in anticipo. Inoltre è pieno di cliché, non solo si ha la sensazione che non ci sia innovazione, ma si coglie qua e là da dove ha pescato le idee. Altra impressione che ho avuto è che l'autore si sia impegnato un po' poco: la magia è sempre quella, i combattimenti molto simili, c'è una certa ripetizione che definirei di comodo. Ma la cosa che stona di più sono i personaggi. All'inizio si fa fatica a memorizzarli, alcuni hanno nomi simili o storie simili, e saltando da uno all'altro ci si perde, ma il problema vero è che, a parte Corban, il protagonista principale, gli altri restano delle macchiette, troppo superficiali, marionette che danno la sensazione di seguire il copione assegnato come se fossero attori, invece di essere la regia del loro destino. Addirittura l'antagonista principale, che si capisce subito chi è, non viene descritto dal suo punto di vista ma da quello degli altri, rimanendo così in secondo piano, ed è un peccato perché la sua costruzione è interessante.
Tutto sommato non lo sconsiglio del tutto perché pur con tanti difetti è comunque leggibile e decentemente piacevole, però ha, ripeto, tanti difetti.

Nelle terre selvagge - Gary Paulsen

Brian, un 13enne come tanti, alle prese col divorzio dei genitori, precipita letteralmente, col suo bagaglio di dubbi, rabbia e autocommiserazione, da un aereo che lo sta trasportando dal padre.
La zona -i boschi fra Usa e Canada- è selvaggia e disabitata, e lui non ha la più pallida idea di cosa fare. È solo, contuso, ferito, spaventato a morte: ma vivo.
Pian piano, Brian scoprirà dentro di sé forze e risorse che neanche sapeva di avere. E dopo qualche tempo sentirá crescergli dentro una speranza: "Non la speranza di essere salvato, perché quella ormai era svanita. No, era la speranza che veniva dal suo nuovo sapere. Era speranza di poter imparare e sopravvivere e badare a se stesso".

Un insegnamento utile per i ragazzi, e mai imparato abbastanza da noi adulti...