Alice Raffaele

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R: Il calore del sangue - Irene Nemirovsky

Ho collegato questo breve romanzo di Irène Némirovsky con la seguente poesia di Philip Larkin, "This be the verse":

"They fuck you up, your mum and dad.
They may not mean to, but they do.
They fill you with the faults they had
And add some extra, just for you.

But they were fucked up in their turn
By fools in old-style hats and coats,
Who half the time were soppy-stern
And half at one another’s throats.

Man hands on misery to man.
It deepens like a coastal shelf.
Get out as early as you can,
And don’t have any kids yourself."

"Il calore del sangue" parla delle passioni che rivelano noi stessi, o forse solo alcune parti di noi; il titolo si riferisce sia alle emozioni sia ai legami familiari che potrebbero condizionare come ci poniamo agli altri, consciamente o meno, magari ripetendo le stesse azioni (giuste o sbagliate?) che, decenni prima, erano state compiute da genitori e/o altri parenti. Stranamente per la Némirovsky, non è trattata in alcun modo la questione degli ebrei, come in sue altre opere.

La storia è raccontata in prima persona da Sylvestre, detto anche Silvio, un cugino acquisito della coppia composta da Hélene e Francois, genitori di Colette e altri due bambini.
Colette sta per sposarsi con Jean, un giovane tranquillo e con la testa sulle spalle; in mente, come ideale, ha la storia d'amore dei suoi genitori. Otterrà qualcosa del genere? Sarà davvero tutto così idilliaco come sembra? La risposta non è univoca, ma non aggiungo altro per non scrivere anticipazioni.

La trama non è delle più intricate, anzi, un po' prevedibile grazie agli indizi lasciati in giro qua e là dalla scrittrice; però l'intreccio delle azioni, così come la narrazione non in tutto il libro in ordine cronologico, è sempre magistrale. Si arriva a percepire il fuoco dei sentimenti dei personaggi, ben caratterizzati; si assapora il tepore, anche grazie al lessico specifico esplicito (e.g., l'uso frequente del verbo "bruciare", "ardere" o altri termini quali "calore"). Però è mancata - stando in tema - quell'ultima scintilla imprevista che scappa all'improvviso e incendia il tappeto, le tende, i mobili, la casa, il lettore: sarebbe stata devastante.

Memorie di Adriano - Marguerite Yourcenar

“TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS”.
Questa frase virgiliana, citata anche da Adriano nella sua lunga lettera a Marco Aurelio, indica sia tutta l’attitudine del personaggio sia l’enorme ricerca di Marguerite Yourcenar, autrice di questo capolavoro.
Questo è stato il titolo che mai aveva messo così tanto d’accordo tutti i partecipanti del nostro gruppo di lettura. Non è una lettura facile, anzi, mette alla prova anche i lettori più forti, quelli che masticano pagine su pagine di continuo; a queste trecento pagine bisogna dare il tempo che richiedono, bisogna soffermarsi quasi a ogni riga per ammirare a bocca aperta il notevole e immenso “labor limae” della Yourcenar, come ha magistralmente detto una partecipante citando Orazio.
Perché ogni termine utilizzato è raffinato, non nel senso di elegante, bensì in quello di pulito esteticamente, scelto, perfezionato: non c’è una parola o un simbolo ortografico fuori posto. Stilisticamente è un’opera sensazionale, non solo perché è il frutto di un lavoro di una vita intera (inizialmente buttato, poi quasi bruciato, infine accolto e approfondito, amato). Definirlo solo “romanzo storico” sarebbe quasi un oltraggio: è una biografia supportata da un’immensa ricerca storiografica; è un trattato fuori dal tempo sull’umanità e sul significato della vita; è la scoperta, tramite una lunga lettera, di un uomo incredibile, integerrimo e mortale, e che proprio per questo si sente Dio; è una discussione sul binomio formato da corpo e anima; è un libro terapeutico in cui perdersi dentro per dimenticare la realtà esterna e allo stesso tempo per trarne consiglio o per impararne qualcosa di nuovo, che sia astronomia, storia, filosofia, geografia, politica, mitologia, religione, etica, amore, amicizia, attualità.
È uno di quei libri che rimarranno per secoli, un dono, una perla della letteratura mondiale che non può mancare nella propria biblioteca personale, per rileggerlo tra cinque, dieci, vent’anni, ogni volta sotto una luce diversa. Perché la sua bellezza devastante sta nell’empatia che ci conquista con ogni frase, indipendentemente dall’età.

Quindi sì, è tutto tranne che una lettura facile, perché richiede forza di volontà, concentrazione e partecipazione attiva da parte del lettore; però solo così, soltanto dedicandogli queste attenzioni, sarà in grado di regalargli tantissime emozioni, curiosità, identificazioni e valori.

Con in bocca il sapore del mondo - Fabio Stassi

L'intento di questo libro (o meglio, raccolta di brevi biografie/storie) è alto: narrare le vite dei principali poeti italiani da metà Ottocento in poi, mescolando i loro anni ai loro versi, decorando le frasi con rime, note, sensazioni. Si nota apertamente il grosso lavoro fatto dall'autore - investigazioni vere e proprie, minuziose e precise, nelle opere dei poeti, nelle analisi e biografie su di loro - e questo meriterebbe assolutamente cinque stelle: complimenti.
Quindi perché solo tre?
Perché un lettore forte percepisce che questi testi sono stati adattati per essere pubblicati in un libro: leggendo nelle note o cercando su Internet si scopre che in origine vi è un programma su Rai 5 di letture ad alta voce, dove le vite dei poeti possono essere così ascoltate.
Ma c'è un'altra ragione, secondo me, dove questa raccolta si perde un po', ed è il fatto che tutte le storie hanno la stessa struttura (i.e., introduzione accattivante, "Nacqui a...", crescita, eventuali disgrazie, morte), cambiano ovviamente i fatti avvenuti e i versi dei poeti stessi. A lungo andare, leggendo una storia dopo l'altra, mi sono annoiata un po' (eccezion fatta per le storie di Campana, della Merini, di Quasimódo).
Un modo per ovviare a questo, e per sfruttare il lavoro di Stassi in maniera brillante, potrebbe essere di usare il racconto scritto o la puntata nelle lezioni di italiano di quinta superiore, per raccontare la vita del poeta studiato al posto che leggerla, così com'è solitamente descritta - noiosa oggettiva e poco accattivante - dal libro di testo.

La vita davanti a sé - Romain Gary (Émile Ajar)

** spoiler alert ** Non è immediato riuscire a seguire i pensieri e i ragionamenti del piccolo Momò; sono necessari alcuni capitoli per prendere il ritmo. O forse sono necessari l'amore e l'affetto di Madame Rosa verso di lui e soprattutto viceversa: quando lo capisci, quando ti emozionano, ecco che si sente la necessità di andare avanti, di voltare pagina dopo pagina fino al finale.
La narrazione fatta da un bambino di dieci o un ragazzo di quattordici anni è resa benissimo; non ci si può aspettare i pensieri di un adulto e Gary lo sa, trasmette la confusione, la nostalgia, l'ingenuità e gli impulsi di Momò, le sue parole sbagliate, la ricerca disperata di un legame familiare.
È un romanzo che prende le minoranze e le persone delle classi più disagiate, quelle più guardate male dagli altri, e le culla, le difende. È una storia di sentimenti materni e rassicuranti, dove si toccano anche tematiche calde quali eutanasia e religione.

"Non fa niente chi me l'ha dette, dottor Katz, perché certe volte di padri è meglio averne il meno possibile, date retta alla mia vecchia esperienza e come ho già avuto l'onore, per dirla come il signor Hamil, l'amico del signor Victor Hugo, che non potete non conoscere anche voi. E non mi guardate così, dottor Katz, perché non sto per fare una crisi di violenza, non sono mica psichiatrico, e non sono ereditario, non ammazzerò la puttana di mia madre perché l'hanno già fatto, Dio accolga il suo culo, che ha fatto tanto bene sulla terra, e vi mando a fanculo tutti quanti, eccetto Madame Rosa che è l'unica cosa che ho amato qui e non la lascerò diventare campione mondiale dei vegetali per far piacere alla medicina e quando scriverò i miserabili dirò tutto quello che voglio senza ammazzare nessuno, perché tanto fa lo stesso e se voi non foste un vecchio giudeo senza cuore ma un vero ebreo con un vero cuore al posto dell'organo, fareste una buona azione e abortireste Madame Rosa subito per salvarla da questa vita che le è stata affibbiata..." - Pag. 184-185

Prima di giudicare a priori il lessico usato nella citazione, dategli una possibilità: vi commuoverà.

Mio fratello - Daniel Pennac

Premessa: lo stile e la bravura di Pennac sono intoccabili.
Ma in questo caso, come hanno sottolineato anche in altre recensioni, su 112 pagine metà sono tratte dall'opera di Melville con protagonista Bartleby, molte pagine contengono poche righe e quindi ciò che rimane effettivamente di Bernard, il fratello del titolo, è veramente poco (che comunque vale la pena leggere).

Forse è stato difficile emotivamente narrare la relazione con lui, affrontare su carta la sua morte (anche se Pennac stesso dice di no, a pagina 12: "Il cuore non accusava più il colpo. Le lacrime non c'erano più. Mio fratello arrivava all'improvviso e adesso il mio magone non lo cacciava più via. L'emozione si faceva ospitale. Lo accettavo così com'era."); fatto sta che ci sono moltissimi argomenti che vengono accennati e poi lasciati lì.

Probabilmente mi aspettavo qualcosa di più, da questo testo, che non è un romanzo, non è una sceneggiatura, non è una biografia; sembra più una collezione di ricordi mescolata a stralci della storia del notaio e dello scrivano.

Il Natale di Poirot - Agatha Christie

Inaspettato, avvincente, un po’ assurdo però un buon intrattenimento senza pretese.
Al primo impatto, l’aspetto più natalizio de “Il Natale di Poirot” potrebbe sembrare il titolo, oppure la dimensione temporale in cui si svolgono le vicende, dal 22 al 28 dicembre, quando i figli di Simon Lee e relative compagne tornano nel Kent per celebrare quella che potrebbe essere - e sarà - l’ultima Natività del vecchio patriarca. Tale riunione ha fin da subito la parvenza di una fiera dell’ipocrisia: tra discussioni, litigi, menzogne, eredità e scoperte, c’è ben poco di buoni sentimenti. Quando poi Simon Lee viene assassinato, prevale l’egoismo di salvare la propria pelle cercando di suscitare sospetti sugli altri.
Soffermandosi un attimo però nei risvolti finali della storia, una volta individuato l’assassino, vi si trova un po’ di generosità, del calore, dell’accettazione. Ecco, lo spirito natalizio; ecco, la condivisione; ecco la bontà.
D’altronde, questo romanzo resta pur sempre un giallo di Agatha Christie dove puntualmente ci scappa il morto e tanto, tantissimo sangue: non è un caso che l’epigrafe shakespeariana “Yet who would have thought the old man to have had so much blood in him?” ritorni più volte nel romanzo, così come il versetto biblico “I mulini di Dio macinano lentamente…”, citata anche dalla poesia “Retribution” di Henry Wadsworth Longfellow: “Though the mills of God grind slowly; Yet they grind exceeding small; Though with patience he stands waiting, With exactness grinds he all”.
Tenendo a mente queste due frasi, si comprendono molti indizi che la Christie ha seminato qua e là nel romanzo, alcuni in maniera fin troppo evidente. La ricostruzione del crimine è stata comunque troppo ingegnosa per la maggior parte dei partecipanti, ma non per Hercule Poirot, che si è dimostrato brillante, arguto ed eloquente. Anche se si è fatto scappare, lui come la Christie, un piccolo particolare che non è sfuggito ad alcuni partecipanti del gruppo di lettura: come fanno i palloncini gonfiati con la bocca a volare via?

Fuori fa bel tempo - Antonia Buizza

Peccato solo sia una scrittrice (ancora) poco conosciuta, perché la sua penna non ha nulla da invidiare ad altri più noti. I racconti di "Fuori fa bel tempo" scendono giù come l'acqua fresca d'estate, ma si metabolizzano e si digeriscono molto più lentamente. Forse perché sono piccoli ritratti di situazioni comuni, a cui si è abituati assistervi o addirittura esserne i personaggi, ma la scelta di parole di Antonia Buizza ne rimarca alcuni tratti, aggiunge quella spezia decisa che lascia un sapore in bocca; spesso questo sapore sa di indignazione, alcune volte di gioia, altre ancora di denuncia o di presa in giro di certi atteggiamenti. E ce n'è per tutti, uomini e donne, di tutte le età: la donna realizzata all'apparenza che vive sui social, il parroco un po' troppo piacione, la mamma che riflette le proprie aspirazioni sulla figlioletta, il neoassessore che mette da parte i principi di una vita, etc... L'aspetto migliore? Nonostante il pasto un po' impegnativo, alla fine ci si sente deliziati e soddisfatti, con un sorriso in volto e la voglia di risedersi a tavola presto, per assaggiare nuove portate.

Piccola osteria senza parole - Massimo Cuomo

Una piccola storia dove i protagonisti, oltre ai personaggi, sono le parole e soprattutto i gesti. Diverte e commuove, ritraendo un paesino del Veneto il cui cuore è l'Osteria, fulcro di sguardi, frasi, giochi, vite. Scritto molto bene, ogni storyline riesce a catturare il lettore, curioso e impaziente di sapere come si evolverà.
Uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni; è un peccato ce ne siano così poche copie, perché sarebbe un ottimo libro anche, per esempio, da discutere in un gruppo di lettura.

Istruzioni per diventare fascisti - Michela Murgia

Amaramente realistico e così argutamente congeniato: ti ritrovi così, diviso a metà, a struggerti tra il voler leggerne ancora e al non riuscire a mandar giù un'altra riga, un altro boccone di situazioni sempre più frequenti e incredibilmente quasi tornate abituali. Ci sono certe frasi che sono stilettate, dirette e secche. Da leggere nelle scuole superiori, seguito da una serie di incontri di discussione: di spunti ce n'è per un anno intero.

Crooner - Kazuo Ishiguro

Pur essendo decisamente una mossa commerciale (il racconto era già stato pubblicato in una raccolta sempre edita da Einaudi nel 2009 e viene riproposto singolo poco prima delle feste), questa edizione illustrata tocca dentro, rimane impressa con le tonalità della notte dei disegni incantevoli, in sintonia con la storia malinconica narrata da Ishiguro e ambientata in una Venezia nostalgica, tra canali, serenate e ricordi ormai lontani.

"Facemmo l'intera canzone, piena di viaggi e di addii. Un americano [...] Che continua a pensare alla sua donna viaggiando di città in città, di strofa in strofa, Phoenix, Albuquerque, Oklahoma, su quelle lunghe strade, come mia madre non poté fare mai. Ah, se solo sapessimo lasciarci il passato alle spalle nello stesso modo... questo avrebbe pensato mia madre, secondo me. Se anche la tristezza potesse passare così."

La luna è tramontata - John Steinbeck

Volutamente senza una contestualizzazione esplicita, le vicende de "La luna è tramontata" di John Steinbeck si collocano negli anni della Seconda Guerra Mondiale perché lo leggiamo dalla trama, non per altri motivi. Gli oppressi e gli oppressori sono simbolici di guerre e conflitti passati, così come di quelli presenti e, purtroppo, di quelli futuri.
La protagonista di questo breve romanzo è la libertà, uno dei diritti inviolabili dell'uomo, a cui sia le persone comuni sia i soldati ambiscono. Per i primi è facile, dire perché: dopo che le loro terre sono state invase e conquistate, aspirano a riconquistare autonomia e indipendenza di vivere; ma perché pure i secondi ambiscono a essere liberi?
Ed è proprio qui che si può osservare l'obiettività di Steinbeck, la sua capacità di essere super partes e tratteggiare ogni singolo personaggio oppressore in maniera limpida. Lo fa così minuziosamente che alcuni partecipanti all'incontro si affezionano ai soldati, sorridono alla differenza tra un matematico e un aritmetico, si sdegnano se un soldato prova a corteggiare una donna della popolazione locale e viene respinto, nonostante il suo "essere gentile", perché in fin dei conti quella donna è vedova di un marito fucilato.
Gli oppressori, gli uomini-gregge, sono in certi sensi più vincolati rispetto agli oppressi perché devono rispettare un codice, il codice dell'esercito: non è concesso non rispettare le regole, non applicarle, pure a costo di compromettere il clima provvisorio di stabilità che è presente all'inizio. Gli oppressori non possono uscire dagli schemi, gli oppressi possono scegliere di ribellarsi, di non parlare più, di non lavorare, di fuggire, di contrattaccare. Possono ancora mostrare segni di vita, della forza del loro carattere e soprattutto della loro ragione e libertà interiore, il tema principale del romanzo secondo alcuni partecipanti del gruppo di lettura; gli oppressi no. Tramonta la loro volontà, comincia l'incertezza. Ed ecco la nostalgia di casa, la depressione, la malinconia. Ecco gli uomini-gregge, a cui non è consentito altro che seguire gli altri e le indicazioni del pastore lontano. Persino la pecora più anziana non può che eseguire gli ordini, con più cinismo e consapevolezza, al massimo ritardando il momento di agire perché troppo commossa dal sentire recitare Platone e "L'apologia di Socrate".

Alcuni partecipanti sono rimasti delusi dal non trovare una storia d'azione e di guerra; chissà se dopo la discussione accesa di venerdì scorso hanno cambiato opinione. Secondo alcuni partecipanti, "La luna è tramontata" è più una sceneggiatura, una situazione di stallo che anticipa quelle tipiche della guerra fredda.
Steinbeck ha fatto un piccolo capolavoro: è stato sensibile e anche furbo, come suggeriscono altri, nel realizzare un vero e proprio inno alla vita; un poema alla non violenza. Tramite la sua scrittura semplice e diretta, bussa lieve alla porta dell'animo del lettore, ma poi vi entra fino in fondo, dimostrandosi sottile e socratico.
Sarà riuscito a "tirar fuori" qualcosa anche da noi?

I cani e i lupi - Irene Nemirovsky

"I cani e i lupi", ultimo romanzo compiuto di Irène Némirovsky, ha diviso i partecipanti del gruppo di lettura, almeno sulla trama e sulla caratterizzazione dei personaggi, come per esempio Ada: è stato fatto da alcuni il confronto con Jane Eyre, nel suo essere così femminista ma più indipendente della bambinaia assunta da Rochester; altri l'hanno trovata invece più infantile.
Su due cose il gruppo si è trovato concorde, entrambe relative agli ebrei. Come ne “Il commesso” di Malamud e negli altri romanzi letti aventi protagonisti degli ebrei, anche in questo si rileva la loro “caparbietà nell’essere miserabili”, come ha osservato una partecipante. Inoltre siamo stati tutti d’accordo sull’alta qualità della critica sociale che fa l’autrice al popolo a cui lei stessa appartiene: ne sottolinea difetti, ne evidenzia vizi e furbizie, lo confronta con quello francese, lo seziona nelle sue classi e scalate sociali. L’autocritica è forte, ma comunque riesce a trasparire la forza di queste persone ingiustamente perseguitate nei secoli (non solo la Shoah, ma anche in Russia durante l’impero zarista, come commentato da un ragazzo); persone su cui “la tempesta si abbatte senza travolgerli”, perché attaccati alla vita lottano indescrivibilmente, come afferma un'altra partecipante, che evidenzia la differenza con i personaggi di Malamud: alla fine c’è una sorta di riscatto e Ada, più che l'indipendenza, ottiene di sconfiggere la solitudine da sempre sua compagna di vita. Il gruppo ha inoltre rimarcato che la razza ebraica, anzi, le razze, non esistono: dopo la scoperta nel 1952 del DNA, al massimo ce n’è solo una: quella umana.
Lo stile pulito e diretto della Némirovsky conferisce al romanzo scorrevolezza; il titolo dà la chiave di lettura dell’intera storia, non solo riferendosi alle classi sociali ebree ma anche spiegando i comportamenti dei due personaggi maschili, Ben e Harry.
Tuttavia, rispetto alle altre opere più celebri quali il romanzo incompiuto “Suite francese” o il racconto “Il ballo”, la scrittrice qui perde qualcosa della sua verve. E' definito infatti un po’ zoppicante e alcuni fatti rimangono poco approfonditi. E’ presente anche qui la tematica del rapporto tra una figura materna e una figlia.
Le chicche in più: una partecipante, con il suo occhio sempre attento ai dettagli, ha notato in una descrizione le sedie impagliate di Vienna, le prime sedie prodotte in serie e congiunte in legno; un'altra ha invece scoperto di essere già “stata”, letterariamente parlando, a Kiev e di conoscere già la suddivisione delle classi sociali nella città, il tutto grazie al libro “Galizia” di Martin Pollack; infine, abbiamo letto ben quattro recensioni virtuali di persone che non sono riuscite a essere presenti fisicamente.

Patria - Fernando Aramburu

Eccezionale da tutti i punti di vista, quest'ultimo Premio Strega Europeo: l'intreccio, i cameo, lo stile, le emozioni, l'ambientazione, il senso di appartenenza alla patria (basca?, spagnola?, o quella dei legami e familiare?). Personaggi più forti (soprattutto femminili) e più deboli le cui esistenze si sviluppano prima e dopo il loro anno zero, la morte del Txato. Uomo che è difficile trovarne di migliori, se c'è un protagonista che permea ogni riga è lui, ma in realtà tutti hanno la loro opportunità di raccontare la propria versione, in quest'opera eseguita da due famiglie dilaniate dalla lotta armata in due modi complementari.

"Si chiese se dopo tanti anni non avrebbe potuto prendere in considerazione l'idea di dimenticare. Dimenticare? Che roba è?" (pag. 12)

"Quello che vi stanno facendo è una carognata e io non sono d'accordo." (pag. 76)

"Così mi ha detto. Di non andare in paese per non ostacolare il processo di pace. Lo vedi, le vittime danno fastidio. Ci vogliono spingere con la scopa sotto il tappeto." (pag. 115)

"E come resiste la gente prima di restituire al pianeta gli atomi presi in prestito. In realtà, la cosa strana ed eccezionale è essere vivi." (pag. 615)

Infine il messaggio dell'autore, che si è inserito geniale tra le pagine, come un artista si raffigurava nei suoi dipinti, secondario:
"Ho scritto anche contro il delitto perpetrato con un pretesto politico, in nome di una patria dove una manciata di persone armate, con il vergognoso sostegno di un settore della società, decide chi appartenga a quella patria e chi debba lasciarla o scomparire. [...] Ma ho scritto anche, partendo dall'impulso di offrire qualcosa di positivo ai miei simili, a favore della letteratura e dell'arte, quindi a favore di ciò che di buono e di nobile l'essere umano alberga. E a favore della dignità delle vittime dell'ETA nella loro umanità individuale, non come semplici numeri di una statistica in cui si perdono i nomi di ciascuna, i loro volti concreti e le loro irriducibili caratteristiche personali." (pag. 538)

Imperdibile.

L'ordine del tempo - Carlo Rovelli

"La meraviglia è la sorgente del nostro desiderio di conoscere", diceva Aristotele, citato da Rovelli a pagina 14 in questo suo ultimo saggio. E' un'opera che ha la struttura di un paper universitario, con un'introduzione che delinea tutti gli argomenti che saranno approfonditi nelle varie sezioni dell'opera (il tempo nella fisica classica e moderna, e poi nella quantistica), e una conclusione che riprende le fila, ricostruendo il percorso fatto. E' un maxi-articolo scientifico, con così tante citazioni e riferimenti provenienti da aree disciplinari differenti, quasi opposte: si passa dalla scontata fisica alla religione, dalla matematica alla filosofia, dall'arte all'inattesa antropologia. Se vi aspettate un'opera di sola e approfondita fisica quantistica, quindi, il Gruppo di Lettura di Chiari vi suggerisce di mettere giù il libro, riflettere se siete disposti a cambiare idea, e solo in quel caso a riprenderlo in mano. Questo aspetto è stato sottolineato da alcuni membri del gruppo che sono rimaste deluse dal non leggere un trattato puramente scientifico. E' sì scientifico il metodo che ha usato Rovelli nel raccogliere e citare le fonti, nell'esporre la sua tesi, ma "L'ordine del tempo" è più poliedrico: non riguarda solo il tempo in senso fisico, bensì - soprattutto - il tempo interiore, proprio e soggettivo di ogni individuo. Solo con questo taglio, con questa lente, si può soprassedere sugli esempi e sulle semplificazioni usate da Rovelli - come i Puffi - per trasmettere le idee a lui tanto care; non gli interessa riportare teoremi e dimostrazioni, quanto più provare a "meravigliare" il lettore con gli argomenti delle sue ricerche di tutta una vita, perché non sono cose astruse e così incomprensibili. Con alcuni partecipanti del gruppo è riuscito nel suo intento, spesso persone che hanno studiato tutt'altre materie, come per esempio psicologia, che sono riuscite a collegare i propri ambiti con i concetti di tempo, spazio, entropia, memoria, unico luogo dove la "la realtà si ferma"... Oppure no?
Ognuno di noi potrebbe dare una propria definizione di tempo, magari distinguendo tra tempo obiettivo e tempo interiore; citando Fossati, "c'è tempo per questo mare infinito di gente", infinite versioni diverse. Rovelli ci dà la sua, e ne vale la pena leggerla anche solo per discuterla: di sicuro non è tempo sprecato.

Quella sera dorata - Peter Cameron

- "Non so cosa voglio fare. Non so cosa fare. Non so niente." [...] - "Puoi fare tutto quello che vuoi."

"Quella sera dorata" evidenza quanto una persona possa essere dipendente dal contesto in cui si trovi, certe volte al punto tale da mettere in pausa la sua stessa vita ed evoluzione. Cosa possiamo intendere con "contesto"? Non è solo l'ambiente fisico circostante, bensì è anche la rete di relazioni in cui siamo connessi agli altri, altri "nodi" come noi. Gli input che si ricevono, dai lati a cui si è collegati, sono elaborati all'interno del proprio nodo personale assieme al proprio carattere e al bagaglio di esperienze e conoscenze; essi producono un risultato, un atteggiamento, un modo di vivere che può essere visibile all'esterno.

Raccontando la storia di Omar, di Deirdre, di Pete e degli appartenenti alla famiglia Gund, Cameron si concentra su quanto questi fili invisibili della rete possano essere ingarbugliati e quanto le persone possano essere bloccate, da sé, dalle aspettative altrui, dai condizionamenti, dall'abitudine o addirittura sono rimaste cristallizzate dopo la morte di qualcuno. I personaggi sono fermi a chiedersi continuamente cosa possano fare per cambiare qualcosa della propria situazione, ma inizialmente non agiscono. Il "turning point" è rappresentato dalla puntura di un'ape, un imprevisto che rompe lo schema quotidiano e apre gli occhi a Omar, poi a Deirdre, ad Arden, a Pete e a tutti gli altri. Grazie a un evento improvviso, Omar trova il coraggio di cambiare qualcosa, di sciogliere un pochino quei fili ingarbugliati e di avvicinarsi, un passo alla volta, alla sua destinazione finale (il titolo originale è "The city of your final destination", che potrebbe riferirsi al viaggio verso il Sudamerica o a quello interiore dei personaggi, verso una felicità maggiore, attraverso la catarsi).

Nel giudizio sulla storia e lo stile, il gruppo si è trovato diviso a metà. Alcuni avrebbero voluto lanciare il libro contro il muro, descrivendolo come petulante, povero di contenuto e invece ricco di continui e ripetitivi "Egli disse... Lei rispose...". La maggior parte dei protagonisti sono estremamente reali, come hanno osservato altri componenti del gruppo; sono persone ordinarie "non sempre al top", come infatti accade nella quotidianità; alcuni personaggi come Deirdre ricadono invece in comuni stereotipi. Il ritmo del romanzo è molto lento, caratteristico del contesto sudamericano, con poche descrizioni o monologhi, perché l'elemento principale è il dialogo: i botta e risposta tra i personaggi, lo scambio di sentimenti e informazioni tra i nodi della rete che evidenzia la continuità e il cambiamento tipici rispettivamente dei personaggi femminili e maschili. Il finale è allo stesso tempo piacevole e deludente, poiché molte questioni rimangono irrisolte, forse proprio perché non facevano parte del messaggio principale dell'autore.

In sintesi, "Quella sera dorata" non è stato considerato un cattivo romanzo, anzi, nonostante siano state citate altre migliori opere di Cameron. E' una storia nella media e scorrevole da leggere, che può far riflettere sulla propria vita: sarà infatti inevitabile porsi, a propria volta, la domanda più ricorrente del romanzo: "Sono felice, qui e ora?"

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