Alice Raffaele

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La rivoluzione della luna - Andrea Camilleri

Nun jè stata 'na passiggiata, affrontare "La rivoluzione della Luna", chistu romanzo storico du defunto Camilleri.
Qualcuno du gruppu l'avi definito ostico pri la difficoltà di la lingua, e puri navutra, ri origini meridionali, avi attruvatu 'n dialettu chi confliggeva, chinu ri termini arcaici. Purtroppo alcuni u hannu abbandonato, per altri riuscire a finire "u 'contu", u racconto ispirato a fatti reali storici, era diventata pirò 'na questione d'onore.
Jè comu iri pi muntagna, anzi, supra 'n vulcano comu a nostra Idda, l'Etna: jè faticoso, ma i molteplici nature e specie sunnu talmente sorprendenti e inaspettate, chi a curiosità sali ri metro duoppu metro, pàggina duoppu pàggina, e u ciatu si fa da sulu, si abitua a li parti cchiù pi acchianata. A sorpresa jè stata provvidenziale, accussì comu u gruppu ri lettura, picchì da sulu nun avremmo mai lìettu 'n libbru tale, comu i migliori avventure ri trekking pi cui da soli mancu si parti. U Maestro ci avi guidato cu u suo dialettu e a so' vuci, chi qualcuno macari s'avissa elencare a lista di la spesa.
'n vulcano, 'n cratere ribollente: ecco l'arrivo ri Donna Eleonora a pàggina 33. Idda accende tutta a storia, rende a lettura intrigante, gustosa e saporita. Eleonora jè u magma incandescente di la storia: incanta, si fa rispettare, 'n passo a la vùota riscalda tuttu, pi vendicare u maritu mortu ma restando fedele ai suoi principi. A fìmmina tipica ri Andrea Camilleri è: gelida e ardente allo stissu tempu, mora, altera, battagliera. All'avanguardia e lungimirante, a apprima fìmmina Viceré jè talmente apprezzata chi macari duoppu u suo ciclo lunare ri regnu i suoi provvedimenti nun venunu annullati.
Camilleri ci accompagna pi chista escursione rintra a storia di la Sicilia, scialandoci e rendendo fatti scabrosi macari divertenti. Jè riuscito a contarcela supra, a nuatri seduti attorno o focu ri Eleonora, apprima scettici e pi difficoltà e poi ipnotizzati dalle fiamme. E quannu u focu s'è astutatu e a storia jè finita, arristamu vogliosi ri sentirne altre (u gruppu consiglia "Il re di Girgenti").
Pi furtuna u Maestro ci ni avi lasciate tanti, iddu chi sapìddu unni era riuscito a scovarle.
Fu quinni un’escursione chi jè valsa a pena fari? M*****a, sè!

Signoramia - Elena Dallorso, Francesco Nicchiarelli

La storia (non riesco a chiamare "romanzo" questa raccolta di e-mail e messaggi su WhatsApp) è leggera, carina e appetitosa, grazie soprattutto alla marea di ricette descritte nei più piccoli dettagli. Il libro si legge volentieri in due-tre ore, proprio per via dell'assenza totale di descrizioni e narrazioni. I personaggi sono abbastanza caratterizzati: li si riesce a inquadrare attraverso le risposte dei loro interlocutori; tuttavia sono alquanto stereotipati, perciò immaginarli non è difficile.
Non mi ha lasciato molto (a parte la fame), forse un pochino di curiosità. Ogni tanto ci vuole un racconto non impegnativo: mi è sembrato di guardare una commedia senza troppe pretese, che strappa comunque qualche sorriso.
Quindi come mai ho dato solo due stelle? Appunto perché non è un romanzo vero e proprio e perché l'idea non è nuova, basti pensare a "Le ho mai raccontato del vento del nord?", a "C'è posta per te", etc. L'originalità starebbe forse nelle ricette? Non saprei.
Ho apprezzato comunque molto le cinque leggi della nonna Wanda nell'appendice alla fine.

Bellissimo - Massimo Cuomo

Le aspettative erano molto alte.
Ho acquistato "Bellissimo" poco dopo la sua uscita a scatola chiusa, quasi senza leggerne la trama, essenzialmente perché l'opera precedente dell'autore mi aveva lasciata, sintonizzata al titolo, "senza parole". Ciononostante, non sono riuscita ad aprirlo e cominciarlo subito, proprio a causa delle speranze che vi ponevo: mi dicevo che non era il momento per quel libro, che ne avevo una pila altissima sul comodino a cui dare la precedenza, ma la realtà è che avevo troppo timore di rimanere, per qualche motivo, delusa. Ecco che quindi ho preferito restare nell’indeterminatezza, lasciando il volume a riposare nella libreria, ogni tanto spostandolo e dicendomi che gli avrei concesso presto l'occasione di mostrarmi che le mie paure erano infondate. Però c’è un motivo se gli scrittori preferiti hanno quel merito. Complice una vacanza in montagna in un posto meraviglioso, ho rotto gli indugi ed è stato sufficiente il primo capitolo per farle svanire tutte, quelle paure, soffiate via dal sussurro leggero di Maria Serrano.

“Lo sei anche tu”, bellissimo: Miguel, Santiago, il Messico; il libro, di nome e di fatto.

Esistono diverse forme di amore. “Bellissimo” offre in primis quella della relazione tra due fratelli, Santiago e Miguel, che crescono a Mérida, capitale dello Yucatán. Il romanzo comincia proprio con la nascita di Miguel: splendido, graziato, adorato.

“Si mette in piedi e ha un pastello blu nella mano. Fa i passi che servono per arrivare al tavolo, avvicina la faccia alla faccia del bambino, lo annusa. Poi gli tocca la punta del naso con un dito. Si incontrano così, i fratelli Moya, senza che nessuno li veda. E in quel contatto Santiago si accorge che non sono poi tanto diversi. Col pastello blu disegna un piccolo neo sulla guancia del fratello che per reazione, forse per solletico, ritorna a produrre un sorriso.” - Pag. 28

Prevedibilmente Santiago ne risente: in fondo è un bambino anche lui, abbastanza grande da cogliere i comportamenti diversi della gente comune, dei vicini, dei genitori stessi, ma ancora troppo piccolo per poter comprendere le innumerevoli sfumature dell’animo umano, quel complicato equilibrio tra sensazioni e razionalità. E si sforzerà, a combattere una battaglia interiore per anni, tra l’ammirazione e la gelosia, tra il senso di protezione per il fratello e quello per sé stesso; un bozzolo che potrà rompersi, evolversi e realizzarsi solo al momento giusto.

“«Ho bisogno che mi presti dei soldi» dice Miguel.
«Per fare cosa?»
«Per riparare la macchina del nonno».
«La macchina? E perché?».
«Devo partire…».
Miguel non sa dove andare, ma sente il bisogno di andare. Il bisogno di mettere qualche chilometro fra sé e Mérida, per scoprire se è Mérida, se è Rosita Romeo, il posto in cui stare.” - Pag. 119

Anche lo splendido Miguel non si sente così appagato dalla sua vita dai contorni perfetti, venerato com’è dai suoi concittadini, acclamato e desiderato dalle donne, un talento naturale come venditore. Dentro, oltre al sangue, i due fratelli condividono più di quanto credano: la disperata ricerca di sé, la definizione di un proprio ruolo non dettato dalle etichette e dalla società ma sorto dalla propria indole. Per far ciò si supporteranno, si ostacoleranno, si daranno le mani per stringerle o per tirare pugni, si eviteranno e si affanneranno per ritrovarsi.

I protagonisti principali sono loro; si prendono il giusto spazio nelle pagine ma si riesce a caratterizzarli pienamente solo attraverso la saggezza della madre Maria Serrano e le ambizioni del padre Vicente Moya, tramite il loro di amore, per poi passare agli occhi sognanti di Rosita e Soledad, ballando sulle note di “Jarabe Tapatío”, la canzone preferita del nonno Hermenegildo.
Sullo sfondo vi sono Mérida e lo Yucatán, l’eco dei romanzi sudamericani, il calore del Messico, i toni suadenti della lingua spagnola, molto presente nelle pagine del romanzo però assolutamente non di ostacolo alla lettura, grazie a un breve glossario in fondo e soprattutto alla maestria nello scrivere.
Già, perché lo stile del romanzo è incantante, raffinato, poetico. Non c’è una frase scontata, non c’è un personaggio introdotto tanto per: ogni immagine evocata è lì per uno scopo preciso; ogni aspetto è curato; ogni parola può servire immediatamente o spiccare il volo più avanti. Ecco l’amore per il lessico, per la struttura dei periodi, per la musicalità delle singole sillabe.

“E lui adesso ha le ali, sente di averle e di poter volare lontano. Gli sono nate in un istante preciso: sono spuntate quando ha deciso di partire da Mérida e andare a cercare suo fratello. Adesso è certo che lo troverà, troverà Miguel, come le Monarca trovano questo posto nel mondo ogni tre generazioni per una specie di miracolo.” - Pag. 243

Personalmente ho sempre avuto più difficoltà con i romanzi scritti al tempo presente; forse costruire nella mia mente la scena è più facile seguendo gli imperfetti e i passati remoti, lasciandomi guidare da azioni compiute o che stavano accadendo in un certo momento finito. Pochissimi libri al presente non hanno frenato la mia lettura; con "Bellissimo" e "Piccola osteria senza parole" questo non è mai successo, e il merito va solo all’autore.
Quando uscirà il prossimo romanzo, stavolta i miei timori li spedirò subito in vacanza nello Yucatan.

R: Canto della pianura - Kent Haruf

La recensione dell'incontro de "I MiseraLibri", di Rachele Baresi.

Basta sfogliare le prime pagine del "Canto della Pianura" per trovarci trasportati per le strade di Holt, ed essere invitati, dalle essenziali descrizioni dell'Autore, nelle case dei protagonisti: Tom Guthrie, insegnante di Storia Americana, lasciato dalla moglie,che tenta di trovare un nuovo equilibrio tra la gestione dei figli, il lavoro e uno studente irrispettosamente prepotente; i suoi figli Ike e Bobby, impegnati a diventare grandi, dopo l'abbandono della madre; Vittoria Roubideaux, incinta a 17 anni e, per questo motivo, cacciata di casa dalla madre; Maggie Jones, insegnante risoluta e convincente, sempre pronta a dare una mano; Harold e Raymond McPheron, anziani scapoli che accolgono Victoria nella loro fattoria fuori città.
Storie di solitudine, di microcosmi a caccia di legami, storie in cui l'abbandono, comune punto di partenza, segna l'inizio di una nuova avventura, colma di speranza e conforto.
Ne risulta un romanzo sincero per come l'autore lascia la parola ai suoi personaggi, delicato e vero per come vengono affrontate alcune tematiche in maniera chiara e non esasperante, familiare per la capacità evocativa degli eventi narrati. Emerge la natura degli abitanti di queste sterminate praterie, l'assenza di legami di parentela, il connaturato istinto di sopravvivenza alle avversità.

In Patagonia - Bruce Chatwin

"La Patagonia! È un'amante difficile. Lancia il suo incantesimo. Un'ammaliatrice!"

Purtroppo l'incantesimo questa volta ha funzionato su pochi de I MiseraLibri (GdL di Chiari), colpendo soprattutto una partecipante che l'ha trovato denso e appassionante, difendendolo appassionatamente. Un'altra al momento dell'incontro non l'aveva ancora terminato, però ne ha apprezzato il suo essere fotografico, paragonabile a un reportage: i tantissimi episodi narrati da Chatwin vanno in effetti affrontati come un vecchio album per essere ben digeriti, ogni istantanea con la sua storia da raccontare, i particolari lasciati da interpretare al lettore/testimone. C'è chi infatti l'ha definito evocativo e frammentato (in senso positivo), mentre la discontinuità nelle storie e nella qualità della narrazione è stata indice di mediocrità nella scrittura, secondo qualcun altro.
Gli elementi per scrivere un grande libro erano tutti presenti: paesaggi pazzeschi, un antenato di cui seguire le tracce, resti di milodonti da ricercare, esuli di decine di nazionalità diverse da far parlare e ascoltare, i fantasmi di navigatori, re, banditi del passato aleggianti in tutto il territorio. Tuttavia è mancata l'empatia con lo scrittore, sottolinea un membro del gruppo: l'autore si è abbastanza limitato a esporre i fatti con lo stesso tono di un'enciclopedia; qualcuno ha concluso la lettura sentendosi quasi forzato.

Eppure questo libro ha il merito di aver rivoluzionato il modo di viaggiare, di partire e lasciarsi guidare dal "Dio dei Viandanti. Se si cammina con abbastanza energia, probabilmente non si ha bisogno di nessun altro Dio". Chatwin viene associato spesso anche al famosissimo taccuino nero della Moleskine, su cui appuntava tutte le impressioni, dati e racconti dei suoi viaggi, prima di rielaborarli.

"Chi percorre il deserto scopre in sé stesso una calma primitiva che forse è la stessa cosa della pace di Dio."
Ecco forse il segreto per apprezzare di più il suo scritto: la calma. Lentamente, una fotografia alla volta, lasciare vagare la curiosità e la creatività, grati per gli input di approfondimenti donatici dall'autore, percependo quella sensazione di positiva ignoranza che ci spinge sempre a voler sapere di più, senza mai smettere di imparare.

R: La verità sul caso Harry Quebert - Joel Dicker

La verità su "La verità sul caso Harry Quebert"?
Pubblico Vostro onore, le accuse mosse, durante l'incontro del Gruppo di Lettura di Chiari venerdì 05 luglio, sono state pesanti: ammettiamo che molti di noi non hanno lasciato scampo al libro e a quel furbastro di Joël Dicker, massacrandolo su più fronti e cercando di smontare ogni sua giustificazione.

L'imputato è stato infatti criticato per le numerose ripetizioni, i troppi colpi di scena, per aver coinvolto e poi deluso i lettori, per avere abusato di dialoghi banali da soap opera e di aver evitato di descrivere molti luoghi e tratteggiare meglio i personaggi.
Il libro è chiuso e mortale, farraginoso, irritante per Giusy e una "N-O-I-A", per molti partecipanti. Sicuramente lo scrittore dovrebbe essere sottoposto a una perizia psicologica per analizzare un complesso di Edipo mai risolto: tutte le madri del romanzo mostrano caratteristiche inquietanti. È una storia ibrida, come la definisce un altro partecipante, in quanto non è un solo un giallo, non è solo un thriller, ma si ferma alla superficie di tante tematiche senza mai approfondirle.

Eppure ci sono state anche alcune prove a supporto di Joël Dicker: è stato in grado di guarire più partecipanti dalla grave malattia del "blocco del lettore", come testimoniano due partecipanti. Senza voler cercare a tutti i costi un senso profondo, le vicende di Marcus e Harry sono avvincenti e intriganti. Un'altra persona sottolinea quanto sia amicale, mentre una giovane ipotizza quanto lo stile dell'autore possa dipendere dalla sua giovane età e dal periodo in cui ha vissuto, quando l'intrattenimento è ormai diventato sinonimo anche di serie tv e streaming on demand, quindi perché non scrivere un libro verso questa direzione? Ecco perché alcune scelte narrative, il testo come una sceneggiatura e i tanti cliffhanger, possono aver trovato posto così facilmente.
Inoltre abbiamo raggiunto il minimo storico, in più di due anni di incontri, dell'età dei partecipanti, grazie a due giovanissime lettrici quindicenni che hanno raccontato di come hanno divorato il romanzo, senza aver visto la serie tv e seppur inizialmente spaventate dalla mole delle settecento pagine.
Non si può ignorare infine il vasto successo che ha avuto e ha, questo longseller, pubblicato nel 2012 e ancora in cima alle classifiche; soltanto di recente ciò si può imputare all'interpretazione di Patrick Dempsey nell'omonima serie tv di Sky.

Quindi come li reputiamo, Joël Dicker e il suo romanzo?
Vi ho esposto i fatti, pubblico Vostro onore; a voi ora la sentenza.

Canto della pianura - Kent Haruf

“Canto della pianura” è il primo volume della Trilogia di Holt, pubblicato già una ventina di anni fa da Rizzoli ma senza troppo successo. NN Editore ha pubblicato tre anni fa per primo “Crepuscolo” (che è il secondo della trilogia) ma è riuscita così a lanciare l’autore. Io ho preferito attenermi all’ordine cronologico di scrittura, scegliendo “Canto della pianura”, perché, anche se i romanzi successivi non sono collegati e hanno in comune solo l’ambientazione nella cittadina immaginaria di Holt, sono presenti comunque piccoli riferimenti ai personaggi.
L’aggettivo che userei per definire “Canto della pianura” è familiare. “Familiare” nel senso di “comune”, perché le vicende dei personaggi di Holt non sono storie a noi sconosciute, dalla ragazza minorenne incinta agli episodi di bullismo verso i più piccoli, dalle separazioni coniugali a quei genitori “elicottero” che intervengono quando gli insegnanti, secondo loro, non valorizzano e prendono di mira i loro figli. “Familiare” perché ho sempre pensato ai fratelli McPheron come a due cari nonni, che si prendono cura come possono di Victoria, superando le distanze generazionali e sforzandosi di instaurare un dialogo e poi un rapporto con lei. La difendono da Dwayne e dalle opinioni della gente; insistono per regalarle la culla più accessoriata; si inventano storie sulle giovenche al solo fine di tranquillizzarla. La famiglia sono anche le persone che scegliamo. Credo sia “familiare” perché è molto realistico, quasi in modo assoluto; l’autore non si risparmia, per esempio, nelle scene aventi protagonisti gli animali: il controllo delle vacche all’inizio e l’autopsia del cavallo verso la fine. I particolari non possono che provenire da storie vissute, a lui familiari.
Anche gli altri temi affrontati dal romanzo sono frequenti nella nostra quotidianità. Ci sarebbero molte cose da dire sui vari personaggi: mi limiterò a dire che il mio preferito, a parte i fratelli McPheron, è Maggie Johns: donna con un carattere forte, in grado di risolvere i problemi, non si fa prendere dal panico, che “qualche volta è stata sconfitta” ma ciò non ha influenzato la sua benevolenza verso gli altri.
Lo stile di scrittura di Haruf è molto pulito, essenziale, eppure così toccante in certi momenti. Attraverso i capitoli a più voci e i diversi punti di vista, riesce a fare un ritratto a 360 gradi della cittadina del Colorado e dei suoi abitanti. Il narratore esterno è molto obiettivo, non giudica mai i personaggi, lascia che siano le parole dei protagonisti a trasmettere le loro opinioni.
Ho letto questo libro due anni fa, divorando poi anche gli altri due libri della Trilogia così come “Le nostre anime di notte” e “Vincoli”, scollegati ma sempre ambientati a Holt. Per questo incontro, ho scaricato l’audiolibro per ottimizzare i tempi. Solitamente non vado matta per gli audiolibri, eppure “Canto della pianura” sentito mi ha sorpreso. Mi sono ritrovata a sfruttare ogni buco nella giornata, ogni spostamento a piedi, i minuti la mattina a prepararmi o la sera prima di coricarmi; ascoltavo la storia con curiosità, nonostante appunto già la conoscessi. Mi ha ricordato quando, durante l’infanzia, mi venivano raccontate storie la sera o quando in colonia a Cesenatico, prima di dormire e dopo le preghiere, ogni sera veniva proposta una narrazione diversa. E’ stato familiare anche per questo.
Ecco, termino questa lunga recensione con questo consiglio: provate ad ascoltare Kent Haruf, non solo a leggerlo.

Scoperta - Roberto Defez

Leggere "Scoperta" durante il secondo anno di dottorato di ricerca in Italia, pensando e sognando cosa potrebbe accadere al termine, è abbastanza scoraggiante.
Farlo mentre negli stessi giorni sono resi noti i risultati dell'VIII Indagine ADI su Dottorato e Post-Doc (https://dottorato.it/content/indagine-adi-2019), dove si stima che il 90,5% dei ricercatori attuali non resterà in accademia, lo è ancora di più.

Purtroppo ciò non è dovuto alla schiettezza della scrittura di Roberto Defez, primo ricercatore all’Istituto di Genetica e Biofisica "Adriano Buzzati Traverso" del CNR di Napoli, quanto più alla triste situazione della ricerca nel nostro Bel paese.

Approfittando dei casi più emblematici degli ultimi anni, come Stamina o la diffusione della Xylella negli ulivi pugliesi, nella prima parte del saggio Defez tratteggia come la fiducia verso la comunità scientifica e nei suoi risultati stia diminuendo sempre più.

"[...] si è diffusa la percezione di un esteso scetticismo verso i più autorevoli rappresentanti della comunità scientifica." - Pag. 60
"[...] ma succede invece che a persone di spettacolo venga chiesta, in pubblico, un'opinione su temi che non hanno potuto conoscere e studiare da professionisti." - Pag. 79

Prevalgono disinformazione o, peggio, mala informazione, notizie che hanno solo lo scopo di confondere, far traballare e insinuare dubbi persino su uno dei capisaldi di tutte le scienze: il metodo scientifico. Ciò in parte può essere imputato anche agli scienziati stessi, che dovrebbero imparare a fare una corretta divulgazione. Defez cita, come buon esempio, Roberto Burioni e i suoi interventi sul blog a difesa dei vaccini.

"Gli scienziati lavorano per il bene della società, non per il loro tornaconto immediato ed effimero, hanno lo sguardo lungo e progetti che si svilupperanno nei prossimi dieci o vent'anni, non hanno una prospettiva di pochi mesi. Naturalmente ci sono tante eccezioni, [...] ma la principale lezione che si dovrebbe trarre dalla vicenda degli OGM è che in parte, in buona parte, se questi hanno una reputazione così brutta, è anche colpa degli scienziati. È colpa degli scienziati che non hanno spiegato abbastanza, che non hanno capito quanto fosse fondamentale dialogare con il pubblico, che non sono riusciti ad agire con una sola voce, con un coordinamento, con una struttura adeguata alla rilevanza mediatica e sociale che il tema ha rivestito e continuerà a fare in futuro." - Pag. 93

Nella seconda parte del saggio, il focus è posto invece sui finanziamenti e i fondi concessi alla ricerca, in Italia come in altri stati europei. Tra il 2005 e il 2014, confrontando i progetti italiani finanziati con i bandi PRIN e quelli francesi dell'ANR, in media annualmente si riscontrano budget (31 milioni vs 500 milioni), numero di progetti, numero di impiegati e valutatori, e percentuale di successo (numero di progetti finanziati rispetto al numero di domande totali fatte, 6,7% vs 20%) tutti decisamente più elevati per i nostri vicini oltralpe.

"Qui si cerca di far competere in una maratona un atleta ben alimentato con un altro che non tocca cibo e acqua da giorni. Questa non è una competizione, è uno spreco di intelletti, cultura, inventiva, opportunità, innovazioni, brevetti e possibilità di impiego in aziende che creano occupazione e benessere, ma soprattutto è uno spreco di giovani." - Pag. 121

Il problema è sia nell'ammontare dei fondi e delle risorse, ma anche nelle tempistiche.

"Per alcuni progetti regionali di ricerca vengono montati affollati network a cui partecipano decine di singoli ricercatori e che includono chiunque abbia una vaga pertinenza nel campo in oggetto. Seguono riunioni, scambi di email, integrazione di progetti e lavoro di redazione, che si svolgono in maniera parossistica fino ad arrivare al giorno limite massimo della scadenza per la presentazione del progetto. Un volta presentato il progetto, si entra in una fase di letargo, in cui tutti i gruppi di ricerca coinvolti non sanno cosa succede e se il finanziamento arriverà mai. [...] Finanziare un progetto di ricerca sette anni dopo la sua redazione è semplicemente assurdo." - Pag. 127-128

Tale attesa snervante sarebbe più sopportabile (anche se sicuramente non sette anni) se la maggior parte dei ricercatori avesse una posizione stabile e certa. E invece:

"Esistono ricercatori che hanno avuto la lettera di presa di servizio per una certa data e 45 giorni dopo non hanno ancora firmato un contratto (e quindi ricevuto uno stipendio). Ci sono ricercatori senior a tempo determinato che hanno avuto varie proroghe dei loro contratti e che non hanno idea se il loro contratto sia stato o meno prorogato finché non lo scoprono indirettamente dall'accredito dello stipendio. Immaginatevi di trovarvi in una situazione simile: andate al lavoro tutte le mattine senza sapere se il vostro contratto è attivo o meno, per svolgere un'attività di ricerca scientifica in cui, tra programmazione degli esperimenti, l'indirizzo delle tesi di laurea degli studenti e la pubblicazione dei lavori scientifici, ogni azione che si compie ogni giorno in laboratorio ha una ricaduta media a tre anni." - Pag. 129

Si sta attraversando un ponte traballante, anzi, si sta camminando su una corda, con dei pesi in mano, senza una rete sottostante che possa attenuare le cadute, per raggiungere un'estremità distante anni. Viene quindi naturale cercare altri appigli, trovare dei piani B, dei cuscinetti per essere in grado poi di lavorare più tranquillamente.

"Tutta questa precarietà nella gestione dei fondi di ricerca obbliga, tuttavia, gli scienziati a proporsi per fare qualunque tipo di progetto su un qualunque campo vagamente attinente al proprio: la speranza è che per un progetto che non passa o non porta fondi in tempi brevi, ce ne sia un altro che riesca a compensare e a tenere in vita il laboratorio." - Pag. 130

Cosa possiamo fare? Per i fondi, continuare a denunciare la situazione corrente.
Per dialogare con il pubblico, Defez sottolinea due aspetti fondamentali da usare maggiormente e su cui investire di più, nel mondo della ricerca: il metodo di peer review e l'importanza del gruppo. Agire come una grande comunità, non come singoli ricercatori, coordinandosi e trattando problematiche di tutte le discipline scientifiche, appoggiandosi a valutazioni obiettive fornite da specialisti del settore, in modo tale da creare "fonti inesauribili di fatti da cui anche la stampa possa pescare dati".

"Le statistiche internazionali dimostrano che se si finanzia regolarmente la ricerca, questa diventa il miglior investimento possibile anche solo in termini finanziari. Scegliere di investire davvero in ricerca, non solo parlarne, è il modo migliore per fermare l'emorragia di teste e il declino del paese." - Pag. 166

Riusciremo a farlo capire? Insistiamo, anche con saggi come questo. Defez ha individuato le principali problematiche della ricerca in Italia, le ha analizzate e ne ha prescritto una potenziale cura. Sarà quella giusta? È perlomeno da tentare.

Il fiore del frangipani - Celestine Hitiura Vaite

Fin dalla copertina - anzi, fin dalla scelta durante l’incontro precedente del nostro Gruppo di Lettura - avevamo compreso che sarebbe stato un romanzo leggero ma con forti protagoniste femminili. Leggero sì, però non superficiale.

La storia di Materena, professionista delle pulizie, comincia dalla sua prima gravidanza, in attesa di Leilani, e continua fino a quando quest’ultima avrà raggiunto la maggiore età. Ogni capitolo è una sorta di storia familiare, come quando si va a visitare i parenti e si raccontano episodi di anni precedenti. Il risultato è carino, rilassante, tenero e semplice. L’intreccio infatti quasi non c’è, la trama è molto lineare e piatta.
Materena è un personaggio indipendente, che sa ascoltare gli altri, ed è solare, estremamente positivo: non si abbatte mai. Una partecipante sottolinea come ella sfrutti le cose negative sempre e solo per andare avanti, oltre i propri limiti. Anche se non sembrerebbe, è una donna che non ha solo pregi ma anche difetti: è contraddittoria in alcune azioni e pensieri, come quando dà alla figlia tutti gli strumenti per studiare (l’enciclopedia in primis - oh, il potere dei libri e della cultura!) e puntare a una vita diversa dalla sua, dove può realizzarsi professionalmente, ma poi non vorrebbe che si trasferisca a due ore di distanza. L’ambientazione nell’isola di Tahiti ha consentito all’autrice di raccontare del rapporto tra i tahitiani e i popa’a (i francesi), così come di alcune tradizioni locali, per esempio la divinazione per il sesso di un nascituro o il legame tra una persona e l’albero piantato per la sua nascita; alcune di queste credenze si possono collegare con simili riti e abitudini presenti anche da noi in Italia, come raccontano alcuni membri del gruppo.
Piccola curiosità: ci sono alcune analogie tra la vita dell’autrice e una delle cugine di Leilani… Che si sia “autoritratta”?
Una storia di donne per donne (forse troppo) ma non solo: pure i pochi - ahimè - uomini presenti alla discussione l’hanno apprezzata, in particolare per la sua freschezza e per il confronto che ne è scaturito tra la società attuale e quella di qualche generazione fa.

Nessun colpo di scena nella trama, tuttavia è stato sorprendente l’effetto che ha avuto sulla condivisione nel gruppo: è stato in grado infatti di evocare molti ricordi e aneddoti dalla memoria di ognuno, frammenti della quotidianità di ognuno di noi che ci hanno fatto sorridere, commuovere, aprirci agli altri come altri pochi titoli. È un libro comune in quanto universale: per esempio, la relazione tra Materena e Leilani è quella di molte madri e figlie, ed è anche emblema del connubio-scontro tra tradizione e modernità. È la storia di un riscatto e di una rivoluzione che avviene quando per la società la vita è già determinata. E invece no: mai smettere di inseguire i propri sogni, se ne vale la pena, pure a costo di sacrificare qualcosa. In caso, chiamate Materena e chiedetele un consiglio: saprà darvi ottimi e pratici suggerimenti ;)

Almarina - Valeria Parrella

Se dovessi scegliere un aggettivo per questo breve romanzo, sarebbe "artificioso". Si avverte già nel forte incipit la cura nelle costruzioni dei periodi e nella trasmissione delle immagini, la scelta non casuale del lessico, le capacità di Valeria Parrella.
Le sue sono frasi non scontate, che consentono al lettore di comprendere che quelle centoventi pagine circa non si leggeranno in fretta così come altri romanzi di simil lunghezza. Anzi, il lettore dovrà fare fatica - fin troppa - per stare dietro ai pensieri e alle azioni della protagonista, Elisabetta Maiorano. Lei è una professoressa di matematica che insegna nel carcere minorile di Nisida, a Napoli, che si affeziona a una delle sue allieve, Almarina. La storia segue l'evoluzione del loro rapporto, trascinandosi a fianco in contemporanea i ricordi del passato di Elisabetta, in primis quelli di un lutto improvviso che l'ha segnata e ha messo in pausa alcuni suoi sogni.
Da un libro più introspettivo che d'azione mi sarei aspettata qualche riga in più, su cosa porti le due donne a stringere un legame. Invece più leggevo e più mi ritrovavo confusa, disorientata sempre più dalla complessità appositamente creata delle frasi. Mi sembra quasi ci sia stata troppa attenzione nel voler rendere le frasi mai banali (il che non è un male) ma la scrittrice forse ha esagerato: sono così costruite che a lungo andare paiono eccessivamente forzate e non spontanee (il che, purtroppo, non è un bene).
Vorrei poter fare il confronto con lo stile in altri suoi romanzi, ma questo era il primo suo che leggevo.

La ragazza del convenience store - Murata Sayaka

"In questo piccolo mondo che si regge sulla normalità gli elementi estranei devono essere eliminati, uno dopo l’altro, in silenzio. Le presenze anomale vanno scartate. Ecco perché devo guarire. Altrimenti sarò allontanata dalla grande tribù delle persone 'normali'."

Keiko fa la commessa in un konbini, uno di quei tanti negozietti di città che offrono tutti i beni di prima necessità, aperti ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Ha un contratto a tempo determinato, fa gli straordinari più che volentieri, riesce a gestire situazioni critiche e collabora con i colleghi. Solo che svolge questo mestiere da quasi diciotto anni, dai tempi dell'università, e non ha un compagno né tantomeno dei figli. Ed ecco che la gente la reputa strana, anormale, un outlier da ridimensionare e riportare sulla retta via della media. I genitori, la sorella, le amiche, i colleghi e il suo capo: tutti quanti hanno il loro da fare a evidenziare le differenze tra la sua e le loro vite, giudicate invece conformi alla norma, al loro mondo.

"Può straparlare quanto gli pare ma non riesco a capire cosa intenda per 'mondo imperfetto'. Il suo discorso non ha senso, anche perché non credo che esista un 'mondo perfetto' in assoluto. Del resto non mi è mai stato chiaro a cosa ci si riferisca quando si parla di 'mondo'. In fondo che cos’è il mondo? Mi è sempre parso un concetto troppo astratto e inafferrabile."

Sì, Keiko è strana, ma chi d'altronde non ha le proprie peculiarità? La scrittrice tratteggia il suo carattere con delicatezza. Ogni azione che la protagonista compie per assimilarsi agli altri fa stringere un po' il cuore; la si vorrebbe abbracciare, ma probabilmente sarebbe troppo fragile e rischierebbe di rompersi. Ciò che affronta Keiko in questo lungo racconto è quello che molte persone si trovano davanti ogni giorno: l'insicurezza su sé stessi e le proprie aspirazioni; la difficoltà di trovare il proprio percorso; la consapevolezza che il proprio sé abbia il diritto di valere più dell'opinione di persone sconosciute. È qualcosa che in fondo abbiamo tutti in comune, il disperato bisogno di accettarci noi stessi, per poi realizzarci al di fuori: perché non dovremmo supportarci a vicenda?

The lunatic - Charles Simic

"Oh, ho detto"

"Il mio argomento è l'anima,
di cui è difficile parlare
dato che è invisibile,
silenziosa e spesso assente.

Anche quando si fa vedere
negli occhi di un bambino
o di un cane randagio,
mi mancano le parole."
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"Telefono defunto"

"Qualcosa o qualcuno che non so dire
mi ha fatto sedere davanti a questo gioco
che dopo molti anni sto ancora giocando
senza mai impararne le regole né capire
chi vince o chi perde,

anche se mi spremo le meningi studiando
l'ombra che proietto sulla parete
come uno che aspetta una telefonata
tutta la notte accanto a un telefono defunto
dicendo a sé stesso che potrebbe ancora suonare.

Il silenzio attorno a me tanto profondo
che sento mischiare un mazzo di carte,
ma quando mi volto sorpreso, c'è solo
una falena contro la zanzariera, la sua mente
come la mia troppo agitata per dormire."
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Quale miglior recensione che riportare una o due delle poesie più toccanti e lasciar parlare i versi?
Più che apprezzati anche i testi in originale a fronte.

In tutto c'è stata bellezza - Manuel Vilas

"In tutto c'è stata bellezza", nella mia opinione in tutto forse tranne che nel leggere questo libro.
Le aspettative erano alte, visto che è stato proclamato il caso editoriale spagnolo dopo "Patria" di Aramburu, romanzo di altissimo livello che ho elogiato tantissimo e di cui non volevo voltare l'ultima pagina per non terminarlo.
Invece l'opera di Vilas mi ha deluso. Mi ha intristito, giustamente, perché non è altro che un estenuante memoir sui suoi genitori. I capitoli sono brevi, massimo di due o tre pagine; descrivono in ordine più o meno cronologico episodi e flash della nascita, crescita e vita adulta dello scrittore, esplorando e sviscerando le relazioni con due delle persone più importanti: i suoi genitori.

"Siccome non sentirò mai più le loro voci, a volte mi rifiuto di capire lo spagnolo, come se con le loro morti la lingua spagnola fosse venuta meno e adesso fosse soltanto una lingua morta, come il latino. Non capisco lo spagnolo di nessuno, perché lo spagnolo dei miei genitori non si sente più nel mondo. E' una forma di lutto." - Pag. 101

Questa citazione può riassumente tre quarti del libro: tutti i ricordi servono a elaborare la perdita prima dell'uno e poi dell'altro genitore. Ogni azione è ripercorsa, rivissuta e, quasi sempre, ripetuta in frasi anche consecutive. Se inizialmente la lettura affascina e il dolore esce dalle pagine per avvolgere il lettore in un abbraccio cupo, già dopo venti capitoli esso diventa più una morsa: ci si sente oppressi, angosciati, non si vede l'ora di arrivare alla fine (se non si preferisce abbandonarlo a metà) perché, sostanzialmente, non succede quasi niente. Il tempo è dilatato, dalle morti ai funerali e infine alle cremazioni.

Un altro esempio dello stile adottato:
"Il presente in cui vive ogni essere umano trasforma il passato in un enigma: il presente non è un mistero, però appena si trasforma in passato l'enigma lo invaderà, perciò guardo il presente con la lente d'ingrandimento, con il microscopio, tentando di vedere come si produce la sua trasformazione." - Pag. 233

E' pur vero che alcuni pezzi commuovono:
"Un giorno non ricorderò più con esattezza quella casa in cui ci siamo voluti così bene, e quando non la ricorderò impazzirò. Credo nelle tue passioni. Le tue passioni sono le mie. E le tue passioni sono valse la pena. Mi mancano le foto, quelle sì. Le tue passioni, mamma, la tua ossessione per la vita, le hai passate a me. Ce le ho qui, nel mio cuore, macinando rabbia." - Pag. 282

Eppure, come incredibilmente accade, alla fine la vita va avanti. "Quello che non potevo immaginare è questa riconciliazione con me stesso. [...] Forse è questa l'eccellenza dell'identità: arrivare a bastarti per tutto." - Pag. 351

Lo scrittore ha sicuramente scritto per sé, per superare il lutto; ma il romanzo da pubblicare forse sarebbe stato da riadattare (e accorciare). Sono stralci che rischiano di perdersi, in quella lista quasi infinita di memorie; pochi bagliori di luce che - sì, loro sì - contengono e offrono bellezza.

L'isola dell'abbandono - Chiara Gamberale

Premessa necessaria: in passato ho letto altri due libri della Gamberale e non mi erano piaciute né le trame né i personaggi né lo stile di scrittura. Perché quindi ho deciso di avventurarmi verso l'isola di Naxos assieme all'Arianna protagonista della sua ultima opera? Semplicemente per il prompt numero 46 della RBBC Reading Challenge 2019: "Un libro di un autore che non sopporti" (specifico che non ne sopporto lo stile, non la persona in sé che non conosco).
Ho voluto darle questa nuova possibilità e ho seguito il filo del suo personaggio, questa donna persa in un labirinto di insicurezze, indecisioni, paure, scelte abbastanza discutibili, abbandonata da un Teseo che di eroico ha ben poco, affascinata subito dopo da un Dioniso (che nella storia con il dio del vino ha in comune l'iniziale) ma poi conquistata da un altro uomo che lei mitizza, fino a quando non si rende conto che è umano anch'egli e, da umano, erra e si sbriciola (leggero spoiler).
Cosa ho apprezzato? Le citazioni e i riferimenti al mito all'inizio di ogni parte, da appassionata di mitologia. Il romanzo si fa leggere, offre qualche spunto di riflessione (soprattutto all'inizio con la riunione dei GeniSoli, i genitori single) ma per il resto l'ho trovato abbastanza banale, con dialoghi e azioni prevedibili nonostante l'intreccio volutamente incasinato, da provare a sbrogliare mettendo da parte le anticipazioni che si colgono nelle righe.
Ecco, ci ho ritentato, ma temo che alla prossima opera nuovamente la pianterò "in asso".

R: A volte ritorno - John Niven

Secondo le Scritture, Dio fece a Sua immagine e somiglianza l'uomo; in questo romanzo, troviamo invece la situazione opposta: è Dio che, con un lessico inaspettato e l'aspetto fisico da attore di Hollywood, sembra essersi ispirato alle sue creature; Gesù stesso viene descritto come un giovane di oggi, un "cazzaro inconcludente [...] conciato sempre come un barbone".

Siamo nel 2011: Dio torna da una "breve" vacanza a pescare e si rende conto che la situazione sulla Terra è degenerata: c'è bisogno di inviare di nuovo suo figlio. Ecco quindi che una giovane vergine rimane incinta nell'aprile del 1979 e la storia inizia a ripetersi.
L'obiettivo di Gesù è, nuovamente, di portare amore sulla Terra e diffondere l'unico vero comandamento del Padre (altro che i dieci inventati da Mosé). Come sottolinea una partecipante, incredibilmente l'unico modo che ha Gesù per farsi ascoltare è partecipare ad American Popstar, un reality televisivo dove lo scrittore punta i riflettori sull'estetica e il consumismo, sulle relazioni con gli altri e sull'arrivismo. Ma anche inquinamento e buco dell'ozono, le innumerevoli forme di cristianesimo, razzismo, omofobia, pedofilia, la liberalizzazione della marijuana, le critiche alla politica, le guerre, la globalizzazione, le fake news, gli antiabortisti e i creazionisti: Niven non tralascia proprio niente. Sciorina in tutte le parti del romanzo le piaghe moderne, i vizi capitali di una società che sta sempre più perdendo il proprio senso della moralità e dell'etica. Elencando tutto e di più, non dedica a nulla poco più di una battuta (o meglio, frecciata), perdendo l'opportunità di approfondire e sembrando più una lista di opinioni e luoghi comuni, come hanno criticato alcuni membri del gruppo. Altri hanno invece osservato che il suo scopo forse non era entrare in dettaglio ma porre l'attenzione, colpire i lettori con qualche tema a loro di interesse e farli riflettere: verso quale direzione sta andando la Terra? "Vale la pena di salvarla", dice Dio in un passo del romanzo: ha ragione?
Gli eventi e i personaggi che accompagnano Gesù durante l'intero svolgimento ripercorrono i fatti principali del Nuovo Testamento, portando a un finale previsto ma non del tutto scontato, anzi, c'è chi si è persino commosso.

Alcuni partecipanti del gruppo hanno trovato il romanzo esilarante e si sono fatti grosse risate; c'è chi invece ne è rimasto abbastanza infastidito e l'ha definito addirittura blasfemo (una partecipante ha detto che le figure di Gesù e Dio sono state un po' ridicolizzate). Non in pochi hanno avuto la tentazione di mollarlo dopo qualche pagina: qualcuno ha desistito, qualcuno non lo finirà mai. Ciò perché Niven, assieme all'ironia e al sarcasmo, ha condito le sue frasi con un linguaggio giudicato troppo scurrile, una volgarità del tutto gratuita: "Bonjour finesse!". Ci siamo chiesti quale scopo avesse e se avesse potuto farne a meno: forse voleva arrivare a un pubblico più giovane, forse l'ha fatto solo per punzecchiare di più.

Temevamo una discussione più accesa e meno semplice da moderare, date le tematiche scottanti, però l'incontro si è svolto abbastanza tranquillamente. Forse "A volte ritorno" è stato il romanzo che ha suscitato più reazioni e recensioni finora, battendo anche "Gli assalti alle panetterie" di Haruki Murakami.
"Fare gruppo. [...] Ecco perché qui sulla Terra era andato tutto a puttane. S'era perso il senso della comunità."
Questo il nostro GdL non l'ha perso, direi che il comandamento sia stato ascoltato: abbiamo fatto i bravi.

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