Like most websites we uses cookies. In order to deliver a personalised, responsive service and to improve the site, we remember and store information about how you use it. This is done using simple text files called cookies which sit on your computer. These cookies are completely safe and secure and will never contain any sensitive information. They are used only by us.
Últimas reseñas insertadas
RECENSIONE CORALE A CURA DE “I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI”
“La strada” di Cormac McCarthy si è meritato il premio onorario di “libro più miserabile” che abbiamo letto finora in questi sei anni. Qualcuna l’ha definito un romanzo funesto, portatore di grandi dolori. Secondo un'altra partecipante è siderale, ma non nell’essere privo di emozioni, quanto più nel senso di agghiacciante. È infatti un freddo che angoscia e si fa pesante e che in questa sua bruttura si rivela bello. E questo perché, nonostante le sue frasi secche e crude, “La strada” ci ha comunque dato tantissimi contenuti profondi su cui riflettere, affilati come stalattiti di ghiaccio.
“La strada” offre diverse contrapposizioni. La realtà a cui siamo abituati è distrutta, grigia e plumbea; i colori sono stati scordati ed emergono solo nei sogni dell’uomo. La relazione principale che viene presentata, quella tra l’uomo e il bambino, risulta straziante e allo stesso tempo amorevole. Qualcuno ha sottolineato come l’uomo rappresenti il passato, sulle cui spalle vi sono tutte le problematiche umane da espiare, mentre il bambino incarni il futuro e la coscienza: di sé, dell’uomo, del lettore, di tutti. In questo romanzo indefinito e per questo universale non vi sono nomi, né di città né di persone, e sono scarse anche le descrizioni fisiche. Fa eccezione un unico personaggio, il vecchio Ely: un profeta (forse Elia, che nella Bibbia era capace di far discendere “il fuoco dal cielo“?) o un alieno, una creatura soprannaturale “in viaggio da sempre”? Questo “sempre” ci aiuta a guardare dall’alto tutto, ci riporta all’essenza data dai quattro elementi principali: aria, acqua, terra e soprattutto fuoco. Facendoci pensare a irreversibili conseguenze negative dei fatti dei nostri giorni, inizialmente l’ambientazione post-apocalittica colpisce, ma in verità è un pretesto: ciò che importa sono solo le scelte e azioni che si trovano a dover decidere e compiere l’uomo e il bambino. Citando Kant (“Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”), un partecipante ha affermato che McCarthy vuole proprio parlare della legge morale.
Diversi episodi nel libro potrebbero essere presi a esempio, però il più eclatante è quello del ladro, verso la fine. Avendo subito un torto, l’uomo applica la legge del taglione, mostrando una cattiveria non necessaria. Ma come si fa a non diventare brutali in un mondo distrutto? Tali istinti sono insiti nell’essere umano, e riemergono in scenari del genere più bestiali e contrastanti che mai, tra tenerezza e crudeltà, tra protezione e vendetta. Da dove nasce il fatto che il bambino vuole salvare il ladro? Deriva dal padre e dai principi che gli ha trasmesso, principi che si discostano poi dalle sue azioni, provocando i silenzi del bambino. “La strada” è un romanzo sulla paternità, sul percorso di accompagnare i figli lungo la (loro) strada e sul prepararli, sul prepararsi, al distacco inevitabile.
Il “portare il fuoco” è il simbolo principale. Cosa voleva dire McCarthy con quest’espressione? Il fuoco ispira un senso di protezione, un mezzo con cui difendersi; è ciò che ci ha permesso di avere calore e luce, fin da quando nell’antichità l’essere umano ha imparato a domarlo, differenziandosi sempre di più dagli animali. Per questo potrebbe rappresentare la nostra natura umana, da custodire e tramandare. Il fuoco indica la speranza, la cui scintilla sta nella riproduzione e nella discendenza, mentre i ceppi per mantenerlo acceso sono gli insegnamenti tramandati e infissi nella memoria. All’inizio della storia l’uomo dice di non dimenticare suo padre, e alla fine il bambino dice di non dimenticare lui. “La strada” è generazionale e ciclico, come la storia. Perché, come diceva Maurice Blanchot, “L’uomo è l'indistruttibile che può essere infinitamente distrutto”. Ciò che lo fa andare avanti è a volte solo una piccola scintilla, un’idea, un obiettivo, come può essere andare verso sud, verso il luogo dove nella nostra mente c’è più calore e luce: dove c’è più vita, dove anche i colori possono ricomparire attraverso un piumino non più solo grigio ma anche giallo. “La strada” sarà anche terribilmente miserabile e disperato, però infine si rivela comunque – ecco l’ennesimo contrasto – luminoso.
Definirlo capolavoro mi sembra alquanto eccessivo, ambientazione coerente a tal punto da risultare monotona e ridondante e non per questo illuminante. Personalmente s'è fatto leggere, ma non so se si farà ricordare.
Libro molto bello e struggente...a chi non l'avesse visto, consiglio anche il film
Un libro in grado di far vibrare i vuoti che inquinano l'animo umano.Ottime le descrizioni,capaci di creare un'atmosfera coerente al tipo di racconto. Peccato forse per il finale,che si accende con una speranza, uccisa secondo me
dal racconto stesso.
Intenso viaggio nelle più profonda provincia e umanità americana. Avvolgente, appassionante leggendolo sembra di percepire i rumori e gli odori di quei luoghi. Good!
Il bello e la bestia.
Questa volta nuoto contro corrente.Ho trovato questa storia monotona, ripetitiva,fiacca e con un finale troppo all'americana.Mi ha ricordato i film con gli "indiani" cattivi dove alla fine arrivava la cavalleria amica a sistemare le cose.Forse è una questione di età.Un tempo credevo anch'io alle favole e alla buona sorte che pioveva dal cielo.
Oggi preferisco guardare la luna anzichè il dito che la indica.
Tornando al libro: sicuramente è stato un ottimo successo commerciale, anche se lo trovo inadeguato per un premio Pulitzer.
Opinioni.
Uno dei romanzi più belli che abbia mai letto, esaltato dalla prosa telegrafica di McCarthy. Non ho voluto vedere il film di Hillcoat, del quale ho sentito ottime critiche, per non rovinare le immagini che si sono create durante la lettura ... Confesso di aver pianto alla fine e ogni volta che penso al libro mi chiedo: perchè, perchè non sono rimasti nel bunker?
Bellissimo! Triste e implacabile come solo Cormac riesce ad essere. Consigliatissimo
Personalmente trovo splendido anche l'adattamento cinematografico di John Hillcoat del 2009, con un grande Viggo Mortensen.
Un libro che ne contiene molti altri: un capolavoro epico.
Capolavoro
da tempo vorrei leggerlo ed è già inserito nell'apposito scaffale, ma dopo il tuo commento sono ancora più incuriosita: grazie!
"Nessuna lista di cose da fare.
Ogni giornata sufficiente a se stessa.
Ogni ora.
Non c'è un dopo.
Il dopo è già qui.
Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un'origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri.
Ecco, sussurrò al bambino addormentato.
Io ho te".
Un padre e un figlio, senza nome, senza niente. Solo con il legame che li unisce e con una compagna, la strada, unica speranza a loro rimasta, una speranza che si può trasformare anche in una trappola inesorabile.
Violenza e brutalità, disperazione e tenerezza.
Una narrazione cruda ed essenziale.
Uno dei libri più commoventi e sgomenti che abbia mai letto...che ti lascia con una incolmabile sensazione di vuoto.
Clicca sulla mappa dove vuoi posizionare il tag