RECENSIONE CORALE A CURA DE "I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI"
"Le quattro ragazze Wieselberger" è un romanzo familiare - ambientato tra la Trieste austroungarica e i primi del Novecento - che si porta addosso il profumo del mare Adriatico e il peso di un’epoca intera, che sembra promettere una convivenza pacifica tra i popoli. Ha una natura COSMOPOLITA perché rispecchia perfettamente la sua autrice: Fausta Cialente, nata a Cagliari da padre militare e madre triestina, e vissuta tra Egitto, Inghilterra e Italia, che ha trasferito nella scrittura quella formazione aperta e internazionale che ha reso questo libro difficile da collocare in un’unica tradizione letteraria. È ovunque ma anche da nessuna parte, proprio come le sue protagoniste, quattro sorelle senza un luogo fisso e in continua ricerca, appartenenti a una famiglia che non ha una vera e propria pace.
La “saga” è SOFFERENTE. Le donne sono sfortunate nei rapporti con gli uomini, e vivono in anni che non lasciava loro molte libertà. Il padre - un militare “disadattato”, figura ingombrante e assente insieme - porta con sé un disagio che si ripercuote sull'intera famiglia. I parenti della madre sono raccontati con calore; quelli del padre, in modo impietoso. Ma sono i personaggi maschili, in generale, che non escono bene dalla narrazione, risultando invece piuttosto negativi nella loro presenza. La villa, in questo caso, diventa il simbolo della libertà femminile: rifugio e respiro (soprattutto per la madre).
La scrittura è INCIAMPANTE: vengono utilizzati termini desueti e costruzioni sintattiche che richiedono attenzione nella lettura; tutto questo in una narrazione che da’ l’impressione di procedere per “forse” e per ricordi incerti piuttosto che per fatti precisi. Cialente rievoca fatti ed eventi come se fossero un sogno rielaborato, una sorta di album fotografico di famiglia che scorre tra periodi storici, ritratti di donne e frammenti di vita. Bel libro, ma che in certi punti mette un po’ di difficoltà.
"Le quattro ragazze Wieselberger" è LEVANTINO - come scrive anche Melania Mazzucco nella prefazione - e non nell'accezione negativa del termine, ma nel senso geografico e culturale per indicare un’area a est, orientale, in un crocevia di mondi e popoli. Risulta faticoso all’inizio, quando ci si deve abituare al ritmo e alla voce narrante, ma poi il finale ripaga: le quattro donne che camminano sulla spiaggia è un’immagine garbata che resta simbolicamente scolpita nella mente del lettore.
Il romanzo è stato definito anche DISCONTINUO: la prima parte ha una lettura più ostica e più frammentata; la seconda si fa più soggettiva e intima, e si legge con più facilità. C'è una DEDIZIONE che si sente, nel modo in cui Cialente costruisce il ritratto delle quattro sorelle per dare un quadro completo di un'intera generazione. La musica attraversa il romanzo con questa stessa dedizione, restituendo uno sfondo quasi viennese, MITTELEUROPEO, che si porta dietro tutta la complessità culturale della Trieste asburgica (una città che il libro descrive in modo bellissimo, con la sua identità di confine).
Qualcuno ha letto il libro con Trieste davanti agli occhi e ha detto che ha una certa magia, che mette voglia di tornarci. È un romanzo EMIGRANTE perché racconta di radici che si spostano in continuazione e proprio per l’ambientazione - ma anche per la sua essenza sensoriale, ha ricordato "Non tutti i bastardi sono di Vienna" di Andrea Molesini. La mostra fotografica della famiglia si sviluppa anche attraverso dei filmati che toccano diversi punti: l’irredentismo raccontato in modo polemico, discorsi che non evitano i toni razzisti dell’epoca, le disgrazie che si accumulano nella famiglia e nella storia senza sconti. Il libro è piaciuto a tutti, anche se con diverse sfumature di gradimento - alcune tematiche, come la questione femminile, lo rendono ancora parecchio attuale - e in alcuni ha lasciato il desiderio di leggere altro di Fausta Cialente, incuriosito dalla sua scrittura straordinaria.
Qui trovate i riferimenti extra testuali emersi durante la discussione:
- Altre opere di Fausta Cialente, come "Un inverno freddissimo" (1966), che le è valso un terzo posto al Premio Strega (vinto invece nel 1976 proprio con "Le quattro ragazze Wieselberger");
- "Non tutti i bastardi sono di Vienna", di Andrea Molesini