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Un'aquila nel cielo
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Smith, Wilbur <1933->

Un'aquila nel cielo

Milano : TEA, 1993

Abstract: David Morgan sembra aver ricevuto dalla sorte tutte le fortune più desiderabili: è giovane, bello, unico erede di un impero economico immenso. Ma una sola è la sua vera passione: volare, librarsi con il suo aeroplano nei cieli africani, libero come un'aquila nel cielo. Improvviso e travolgente, sarà poi l'amore per Debra, scrittrice israeliana di successo, che aprirà davanti a lui la strada verso un nuovo futuro. Per difendere il legame che li unisce, a dispetto di ogni avversità e di un destino che pare accanirsi contro di loro, David, dovrà scendere sulla terra, e lottare mettendo in gioco tutto se stesso...

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Alice Raffaele
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PER NOI E' NO.

Al gruppo di lettura avevamo raggiunto l’unanimità soltanto con “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, elevandolo tra i libri capolavori di sempre. Peccato che stavolta siamo completamente agli antipodi, ossia nel baratro delle letture che ci siamo anche pentiti di aver fatto. Come ha detto una partecipante, “una volta toccato il fondo si può soltanto risalire”.
“Spazzatura”, l’ha stroncato un'altra persona, ed eravamo tutti più o meno dello stesso parere. Non sono state solo le aspettative altissime, nei confronti di uno scrittore da bestseller più che acclamato, a deluderci. Avendolo letto in precedenza o meno, tutti comunque abbiamo sempre associato Wilbur Smith al genere avventuroso, e le recensioni online non avevano fatto altro che confermarcelo. Eppure non tornano: “Libro bellissimo; una delle sue opere migliori; è avvincente e avventuroso…”. Siamo sicuri di avere letto lo stesso libro?

Partiamo proprio dall’ultimo punto: dov’è l’avventura? Non veniteci a dire che inserire nello stesso libro tante vicende diverse e spaiate ne sia un sinonimo. Nel romanzo succede di tutto: missioni in volo, un attentato a un matrimonio, perdita della vista, successiva riconquista della vista, persecuzioni, morti, pubblicazione di libri e foto su riviste, etc. . Questa non è avventura, è irrealtà.
E' sembrato di leggere un harmony; qualcuno ha persino inventato l’aggettivo “lialoso” per rimarcare la cosa (anzi, in realtà le storie di Liala valgono di più). “Un’aquila nel cielo” è più simile a un film abbastanza mediocre che dimentichi non appena torni a casa. Cosa ci ha lasciato, questo libro? Quasi niente.
I personaggi sono stereotipati, antipatici e deludenti, oltre che bellissimi, bravissimi ed esperti solo loro. Al di là dell’egoismo di David, crea disappunto la figura di Debra, eroina dall’indole apparentemente forte a cui sono sufficienti qualche moina e dei mobili per dimenticare il suo voler essere indipendente. Sia lei sia David reagiscono ad alcuni eventi tragici e psicologicamente difficili con fin troppa superficialità e noncuranza. Tra i vari personaggi, avremmo salvato solo il cane Zulu.
Ciò nonostante, le frasi scorrevano abbastanza velocemente ma le assurdità e il linguaggio banale e maschilista non hanno fatto altro che rendere il libro irritante e fastidioso.

Il pubblico target è quello di lingua anglosassone; alcune scene da film le definiremmo infatti come “americanate”. “Un’aquila nel cielo” è un libro commerciale, come giustamente evidenziato da un partecipante, niente di più. L’unico altro messaggio che possiamo trovare, dentro queste pagine, è quello animalista: nel titolo, nell’episodio della corrida, nell’antagonista che fa bracconaggio per divertimento, oltre che per qualche chilo di carne.

Che questa storia sia stata scritta da più persone o che Wilbur Smith avesse una scadenza troppo imminente e abbia raffazzonato frammenti disomogenei?
Non potremo mai saperlo e probabilmente non ci interessa neanche: sarebbe solo altro tempo sprecato.

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