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La scatola delle lacrime - Han Kang
Una piccola favola sul valore delle lacrime e sull’importanza dei sentimenti: così descriverei questo libricino di Han Kang.
"La scatola delle lacrime" è una lettura che ci ricorda che piangere non è qualcosa da correggere o nascondere. A volte le lacrime sono semplicemente il modo più sincero che abbiamo per dire che qualcosa conta davvero per noi, e per questo merita di essere sentito fino in fondo.
Ad accompagnare il testo ci sono disegni bellissimi, capaci di amplificare la delicatezza e la poesia del racconto, come una presenza discreta che cammina accanto alle parole. Si legge in poco tempo, ma lascia un solco interiore che rimane dentro ben oltre l’ultima pagina.
Casa dolce casa - Nedra Tyre
"Casa dolce casa" di Nedra Tyre è un racconto che lascia addosso un profondo senso di disagio e impotenza. Tutto è costruito su una tensione che cresce lentamente fino a trasformare una situazione apparentemente ordinaria in un vero incubo psicologico. E quella che nasce come una semplice “ospitalità” - una donna in visita presso la casa di un’altra donna - si trasforma in una inevitabile condanna: un legame morboso, sempre più invasivo, da cui non è più possibile liberarsi.
La storia solleva una domanda inquietante: cosa accadrebbe se qualcuno occupasse la nostra casa e non volesse più andarsene? E se, anziché limitarsi a condividere uno spazio, iniziasse a insinuarsi nelle nostre abitudini, nei nostri ritmi, nei piccoli gesti che definiscono la nostra identità? È proprio ciò che accade tra la signorina Allison e la signorina Withers. Quest’ultima si presenta fin da subito come un corpo estraneo, un’intrusa che si inserisce progressivamente nella vita dell’altra fino a rendere sempre più labili i confini tra ospite e padrona di casa. Un aspetto reso ancora più significativo dalla scelta di chiamare l’occupatrice fin da subito per cognome, come se la narrazione stessa volesse sottolinearne la distanza, rimarcandone l’alterità e la natura perturbante.
Anche la letteratura, soprattutto i romanzi gialli, hanno un certo ruolo e accompagnano la vicenda come una sorta di presagio. Le fantasie di delitto e i piani elaborati dalla protagonista finiscono, però, per ritorcersi contro di lei: l’omicidio immaginato (e sperato) non si realizza nel modo previsto, ma si trasforma in una lenta distruzione interiore. A essere uccisa è la sua stessa serenità, divorata dall’ossessione e dall’incapacità di spezzare quel rapporto tossico ormai diventato parte integrante della sua vita.
In questo contesto il quadro di Matisse - tanto amato dalla signorina Allison - assume una forte valenza simbolica. Per certi versi stabilisce una connessione con il ritratto che Dorian Gray nasconde in soffitta: non perché registri il trascorrere del tempo, ma perché diventa il segno tangibile della degenerazione che avanza. Come se l’opera d’arte fosse l’unico elemento capace di rendere visibile la trasformazione di una realtà sempre più deformata e surreale.
Alla fine resta soprattutto questa sensazione: la casa non è più un rifugio, ma uno spazio che, da una parte, assorbe e consuma chi lo abita e, dall’altra, fortifica chi riesce a dominarlo. La domanda che il racconto lascia al lettore è tanto semplice quanto inquietante: cosa succede al nostro essere quando una persona finisce per occupare non solo le nostre stanze, ma anche la nostra mente?
Gli occhiali d'oro - Giorgio Bassani
"Gli occhiali d’oro" è un racconto che colpisce perché intreccia, con apparente lucidità e con un tono misurato, una rete di “connessioni” che continuano a risuonare anche fuori dal tempo in cui è ambientato. La vicenda di Fadigati e dell’io narrante non è solo una storia individuale: è un punto di contatto tra presente e passato, tra la vita privata e la Storia, tra ciò che si pensa non possa accadere e ciò che, lentamente, finisce per succedere davvero.
Bassani mette in scena due esclusioni diverse che finiscono per riflettersi l’una nell’altra: quella dell’io narrante, ebreo, e quella di Fadigati, otorinolaringoiatra omosessuale. Tra loro non nasce un’amicizia piena e dichiarata, ma una forma di empatia trattenuta, fatta perlopiù di parole e riconoscimenti indiretti che però rendono la loro esperienza di emarginazione qualcosa di condiviso.
Uno degli aspetti più potenti del testo è la sua capacità di parlare della discriminazione senza trasformarla in qualcosa di urlato, lasciando invece che emerga nei gesti, nelle allusioni, nel peso sociale che si chiude attorno ai personaggi stessi. Sullo sfondo, c’è una Storia che avanza come una minaccia che molti credono impossibile: le leggi razziali “non arriveranno mai”, si dice, ma il lettore sa già come andrà a finire, senza poter far nulla per evitarlo. E questa sensazione fa tanto male proprio perché somiglia a certe negazioni contemporanee, a quei momenti in cui si minimizza ciò che sta accadendo finché non diventa irreversibile.
Il finale è triste e inevitabile perché Bassani sembra prepararlo con un’unica, insistente materia: l’acqua. La pioggia del fine settimana («Piovve tutto sabato e tutta domenica») non è solo un dettaglio atmosferico, ma un rumore di fondo che accompagna e amplifica l’inquietudine dell’io narrante, come se qualcosa stesse maturando nell’ombra. Quando arriva la notizia della morte di Fadigati - annegato nel fiume - quell’acqua che per due giorni era scesa dal cielo si compie nel modo più crudele, trasformandosi in destino. A posteriori, la pioggia assume così il valore di un presagio e il finale si chiude con una coerenza molto pessimistica: ciò che il contesto aveva già insinuato, la società lo aveva in fondo già deciso.
Pur con una scrittura che può sembrare razionale e fredda, qui Bassani riesce a essere profondamente commovente: perché non forza l’emozione, ma la lascia crescere nello spazio che lasciano le persone e le fratture sociali. Ne esce un racconto breve ma potente, capace di collegare letteratura, storia e vita vissuta, e di far vedere come certi meccanismi di esclusione, ancora oggi, siano - purtroppo - ancora dolorosamente attuali.
R: La signora Dalloway - Virginia Woolf
RECENSIONE CORALE A CURA DE "I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI"
"Mrs Dalloway" viene pubblicato per la prima volta il 14 maggio 1925 e noi lo abbiamo letto proprio durante il suo mese di pubblicazione. Virginia Woolf aveva una quarantina d’anni quando lo ha scritto e stava sperimentando qualcosa di nuovo: raccontare una sola giornata dall’interno di una persona, seguendo il flusso della coscienza di chi la viveva.
La prima parola che è venuta in mente per descrivere questo romanzo è stata FATICOSO. Non è una critica, ma più una constatazione sul fatto che la scrittura di Virginia Woolf non sia sempre così semplice o immediata da comprendere (e che una rilettura possa aiutare a chiarire o aggiungere altri dettagli). Ogni persona che si incontra in questo romanzo è una bolla, e ognuna rimane nel suo. Il testo è FRAMMENTATO, FRAZIONATO, CAOTICO, e forse il motivo è da ricondurre ai personaggi, che sono tantissimi, ognuno con una voce che moltiplica una trama lontana dalla linearità e destinata a “perdersi”.
Eppure, proprio in questa frammentazione sta la genialità. La struttura è CONCATENATA, ONDOSA - proprio come quando si galleggia nei pensieri - e passa di mente in mente senza soluzione di continuità. Virginia Woolf costruisce un intreccio che è più una “corrente” trascinante che una catena: FLUIDO, si scivola da una bolla all’altra, e ogni storia tocca le altre, spiegando diverse sfaccettature di uno stesso mondo senza mai fondersi del tutto.
È un romanzo INTROSPETTIVO nella misura più estrema: una sola giornata a Londra, dotata di tantissimi vortici di pensieri e moti dell’animo che si accumulano fino a diventare vertiginosi. Virginia mette sé stessa in ogni personaggio, per questo "Mrs Dalloway" può essere considerato un libro AUTOBIOGRAFICO in senso profondo. I personaggi con cui si entra in contatto è come se facessero un’analisi del mondo interiore di Virginia: le sue contraddizioni, i suoi rimpianti, la sua vicinanza (e distanza) dal mondo aristocratico che frequentava e giudicava al tempo stesso. Questo perché il libro è anche COMPLESSO e CONTRADDITTORIO. Woolf prendeva in giro l’aristocrazia, era vicina al socialismo del gruppo di Bloomsbury, eppure Clarissa Dalloway è una donna dell’alta borghesia londinese, attenta alle apparenze, un po’ LEZIOSA nel voler mantenere una certa immagine di sé (ma non viene mai giudicata del tutto). C’è chi al primo impatto l’ha trovata SNOB (Virginia stessa si definiva “ironicamente” così) e non è una reazione sbagliata: Clarissa stabilisce distanze - dal marito, dalla figlia, dagli amici della giovinezza - ed è una flâneuse, come la definisce Nadia Fusini: segue i passi per le strade di Londra quasi senza una meta, attenta a tutto ciò che accade intorno a lei, consapevole di quello che ha scelto di essere.
Il romanzo è tutto giocato su inclusione ed esclusione: la protagonista deve decidere chi invitare e chi no alla sua festa, e Septimus Warren Smith è la manifestazione più estrema di quell’esclusione: reduce di guerra che non riesce a sopportare di essere sopravvissuto al suo amico, “impazzito” e accudito dalla moglie Lucrezia, una ragazza milanese di basso ceto, colta per nulla, strappata dalla sua Italia. Septimus può essere considerato il rovescio oscuro di Clarissa: il suo suicidio arriva come notizia durante la festa, eppure non la distrugge. Ed è qui che il libro diventa DANTESCO, nel senso più preciso: Clarissa - da clara, luce - come inno alla vita da una parte e la morte che non rovina la festa e non è la fine di tutto dall’altra.
Il tono è MALINCONICO. Ogni personaggio ha una sua collocazione e rimpiange il passato. Il discorso sulla guerra - affidato a Septimus - è profondissimo: lui non sopporta di essere sopravvissuto, e quella sopravvivenza gli distrugge la mente. Gli accadimenti del passato e del presente si intrecciano continuamente, e la Londra del dopoguerra è una città che cammina sul trauma senza nominarlo mai espressamente (si sente, non si vede, ma c’è). "Mrs Dalloway" non è stato semplice da leggere, ma ha riservato tante riflessioni e sorprese nella narrazione (tutt’altro che scontata).
Qui di seguito vi lascio alcuni approfondimenti:
https://www.raicultura.it/amp/letteratura/articoli/2018/12/Lidia-Ravera-scoprire-Virginia-Woolf-d4f356a4-7d48-495a-9bdf-6cef9803d8c9.html?fbclid=IwY2xjawSNGslleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBLak9oQnJaaWVQenJnOGxLc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHmwiAQkwxCWJ0OG0k7l89q1okX1cUPWkXdXj798OxXy_ilmVIQn69JEWkAIe_aem_0Okzv5cHJ8iwHTVQQIfNLQ
https://www.raicultura.it/amp/letteratura/articoli/2020/03/Mrs-Dalloway-di-Virginia-Woolf-29a8815f-d6d0-4102-882c-6373dc4358c5.html?fbclid=IwY2xjawSNGuhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBLak9oQnJaaWVQenJnOGxLc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHlNTzfvNkkrxRn0tYDHC10QU6Oaq56c5Lh1tGD2n86RWNZCuqG0IpINJW6GI_aem_yM6t4k66RK2_LxgSafj3vA
Qui trovate i riferimenti extra testuali emersi durante la discussione:
- "La crociera", romanzo del 1915 di Virginia Woolf
- "Del giardino", libro di Vita Sackville-West
- Il film "The Hours" (2002)
La consolazione delle stelle - Karin Boye
Un piccolo gioiello. È la definizione che mi è venuta più naturale per descrivere "La consolazione delle stelle". A tratti, alcuni versi di Karin Boye mi hanno ricordato quelli di Emily Dickinson: la stessa delicatezza, la stessa ricerca silenziosa di un senso, quel misticismo naturale che non sta nelle grandi rivelazioni, ma in un’immagine piccola che all’improvviso si schiude e diventa un mondo interiore. Bellissimo.
-
Ho domandato stanotte a una stella
- luce lontana e inabitata - :
«Chi illumini tu, ignota stella?
Tanto grande e chiara procedi»
Mi ha allora rivolto uno sguardo di stella, rendendo muta la mia pietà:
«Illumino una notte eterna.
Illumino uno spazio senza vita.
La mia luce è un fiore che appassisce nel tardo autunno dei cieli.
E questa luce a consolarmi.
Questa luce basta a consolarmi.»
I dolori del giovane Werther - Johann Wolfgang Goethe
Quando ho iniziato "I dolori del giovane Werther" pensavo di leggere “solo” un classico importante, non pensavo che finendolo mi sarei ritrovata con un senso di malinconia e la testa piena di immagini vivide, come se non avessi semplicemente seguito una storia ma attraversato, dall’interno, una sensibilità troppo grande sia per trovare pace sia per restare in silenzio.
Quello che colpisce di più è sicuramente la qualità delle descrizioni: non si tratta solo di paesaggi belli o sublimi, ma di paesaggi emotivi. La natura non sta intorno a Werther come uno sfondo; è uno specchio, una lingua alternativa, quasi un’interlocutrice. Le parole con cui osserva un prato, un tramonto, un temporale hanno la stessa densità (e intensità) con cui vive l’amore, la gelosia, la vergogna, la tenerezza, la rabbia. Come se il mondo esterno fosse l’unico luogo abbastanza vasto per contenere ciò che dentro di lui è troppo grande.
Werther ama la natura perché lì, finalmente, non deve indossare un ruolo. È l’unico spazio in cui non si sente corretto o raddrizzato; l’unico luogo che non gli chiede di rientrare in una forma. Nella società, invece, tutto sembra già deciso in anticipo: come ci si comporta, cosa è lecito desiderare, quanto ci si può esporre, persino con quale intensità si può provare qualcosa. La natura lo accoglie così com’è e non lo guidica, e per lui questo significa avere una libertà assoluta (non è un caso che il suo desiderio finale sia quello di essere sepolto “tra due tigli”, in un luogo che l’ha fatto sentire a casa più della sua stessa abitazione).
In "I dolori del giovane Werther" c’è anche un altro confronto potentissimo ed è quello con il titanismo. Il titanismo, in senso romantico, è spesso associato a un io che sfida il mondo, che non si arrende anche quando potrebbe essere finita, che vuole “tutto”. Werther ha questa fame di assoluto - vorrebbe tanto un amore totale con Lotte - ma la cosa che gli manca è il versante da “conquistatore”, ha un’energia senza azione, ma non per questo risulta poco affascinante. Werther non sopporta le convenzioni sociali e finisce per sfuggirle nel modo più definitivo. Ma ciò che il romanzo mostra bene è che non si tratta solo di ribellione: è un’incompatibilità profonda, derivata da due diversi modi di percepire.
«Ma come fa questa gente a fondare tutta la propria vita interiore sull'etichetta, a rivolgere per anni ogni interesse, ogni ambizione esclusivamente alle strategie utili a migliorare la sua posizione nella gerarchia della tavola?»
E un diverso modo di sentire lo ha anche rispetto ad Albert. Lui e Werther non sono solo due uomini che amano la stessa donna: sono due modi opposti di abitare la vita. Werther è idealista, sognatore e irrazionale; Albert è ordine, ragionevolezza e praticità. Lotte vuole bene a Werther - in modo autentico, in un modo che non può, visto che è promessa sposa a qualcun altro - e questo legame è anche ciò che più lo distrugge. Se lei fosse fredda e distante, sarebbe più semplice trasformare tutto in rancore. Invece no: c’è vicinanza, c’è una sorta di intimità dell’anima, di empatia, che però non osa diventare mai una decisione fuori dalle regole imposte (che sia per mancanza di coraggio o per troppa “fedeltà).
«A volte non capisco come possa amarla, abbia il diritto di amarla un altro, quando io la amo in modo così esclusivo, così profondo, così pieno, senza capire, senza sapere, senza avere altro che lei.»
Il fatto che il romanzo abbia portato a suicidi emulativi è un’ombra che si allunga sulla lettura e la rende ancora più complessa (https://www.storicang.it/a/werther-e-moda-suicidio-per-amore_15031). Qui la disperazione, infatti, è raccontata in maniera così suggestiva da essere struggente, e viene descritta con parole intensissime e con un’aura romantica: Werther soffre in modo annientante, tanto che il suo gesto estremo diventa l’unico modo per dare un senso a ciò che prova (non perché il libro giustifica quanto fatto da Werther, ma perché lo rappresenta con forza emotiva e trascinante).
Werther non parla solo di un amore impossibile. Parla del dolore di non riuscire a tradurre la propria vita interiore in una vita vivibile. La natura, l’amore, l’amicizia, la scrittura stessa: tutto nel romanzo diventa tentativo di dare forma e parole a ciò che spesso non ne ha (o fatica ad averne). La sensazione è che, per quanto estremo, Werther non sia un personaggio così tanto lontano; ma racchiude una possibilità umana: una febbre dell’anima che può prendere chiunque, soprattutto quando si sente troppo e non si trova un posto nel mondo. E poi c’è la letteratura (in questo caso Goethe), che per un attimo, prende tutto questo sentire e lo trasforma in qualcosa di meraviglioso.
Re: Le quattro ragazze Wieselberger - Fausta Cialente
RECENSIONE CORALE A CURA DE "I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI"
"Le quattro ragazze Wieselberger" è un romanzo familiare - ambientato tra la Trieste austroungarica e i primi del Novecento - che si porta addosso il profumo del mare Adriatico e il peso di un’epoca intera, che sembra promettere una convivenza pacifica tra i popoli. Ha una natura COSMOPOLITA perché rispecchia perfettamente la sua autrice: Fausta Cialente, nata a Cagliari da padre militare e madre triestina, e vissuta tra Egitto, Inghilterra e Italia, che ha trasferito nella scrittura quella formazione aperta e internazionale che ha reso questo libro difficile da collocare in un’unica tradizione letteraria. È ovunque ma anche da nessuna parte, proprio come le sue protagoniste, quattro sorelle senza un luogo fisso e in continua ricerca, appartenenti a una famiglia che non ha una vera e propria pace.
La “saga” è SOFFERENTE. Le donne sono sfortunate nei rapporti con gli uomini, e vivono in anni che non lasciava loro molte libertà. Il padre - un militare “disadattato”, figura ingombrante e assente insieme - porta con sé un disagio che si ripercuote sull'intera famiglia. I parenti della madre sono raccontati con calore; quelli del padre, in modo impietoso. Ma sono i personaggi maschili, in generale, che non escono bene dalla narrazione, risultando invece piuttosto negativi nella loro presenza. La villa, in questo caso, diventa il simbolo della libertà femminile: rifugio e respiro (soprattutto per la madre).
La scrittura è INCIAMPANTE: vengono utilizzati termini desueti e costruzioni sintattiche che richiedono attenzione nella lettura; tutto questo in una narrazione che da’ l’impressione di procedere per “forse” e per ricordi incerti piuttosto che per fatti precisi. Cialente rievoca fatti ed eventi come se fossero un sogno rielaborato, una sorta di album fotografico di famiglia che scorre tra periodi storici, ritratti di donne e frammenti di vita. Bel libro, ma che in certi punti mette un po’ di difficoltà.
"Le quattro ragazze Wieselberger" è LEVANTINO - come scrive anche Melania Mazzucco nella prefazione - e non nell'accezione negativa del termine, ma nel senso geografico e culturale per indicare un’area a est, orientale, in un crocevia di mondi e popoli. Risulta faticoso all’inizio, quando ci si deve abituare al ritmo e alla voce narrante, ma poi il finale ripaga: le quattro donne che camminano sulla spiaggia è un’immagine garbata che resta simbolicamente scolpita nella mente del lettore.
Il romanzo è stato definito anche DISCONTINUO: la prima parte ha una lettura più ostica e più frammentata; la seconda si fa più soggettiva e intima, e si legge con più facilità. C'è una DEDIZIONE che si sente, nel modo in cui Cialente costruisce il ritratto delle quattro sorelle per dare un quadro completo di un'intera generazione. La musica attraversa il romanzo con questa stessa dedizione, restituendo uno sfondo quasi viennese, MITTELEUROPEO, che si porta dietro tutta la complessità culturale della Trieste asburgica (una città che il libro descrive in modo bellissimo, con la sua identità di confine).
Qualcuno ha letto il libro con Trieste davanti agli occhi e ha detto che ha una certa magia, che mette voglia di tornarci. È un romanzo EMIGRANTE perché racconta di radici che si spostano in continuazione e proprio per l’ambientazione - ma anche per la sua essenza sensoriale, ha ricordato "Non tutti i bastardi sono di Vienna" di Andrea Molesini. La mostra fotografica della famiglia si sviluppa anche attraverso dei filmati che toccano diversi punti: l’irredentismo raccontato in modo polemico, discorsi che non evitano i toni razzisti dell’epoca, le disgrazie che si accumulano nella famiglia e nella storia senza sconti. Il libro è piaciuto a tutti, anche se con diverse sfumature di gradimento - alcune tematiche, come la questione femminile, lo rendono ancora parecchio attuale - e in alcuni ha lasciato il desiderio di leggere altro di Fausta Cialente, incuriosito dalla sua scrittura straordinaria.
Qui trovate i riferimenti extra testuali emersi durante la discussione:
- Altre opere di Fausta Cialente, come "Un inverno freddissimo" (1966), che le è valso un terzo posto al Premio Strega (vinto invece nel 1976 proprio con "Le quattro ragazze Wieselberger");
- "Non tutti i bastardi sono di Vienna", di Andrea Molesini
Le quattro ragazze Wieselberger - Fausta Cialente
"Le quattro ragazze Wieselberger" è un libro che ho trovato più interessante che coinvolgente, ma che merita comunque qualcosa in più di una semplice sufficienza. L’aspetto che mi ha convinta di più sono le descrizioni e i contesti. Trieste, l’atmosfera mitteleuropea, gli spazi della villa, le abitudini familiari: la Cialente sa costruire ambienti così “vivi” da renderli concreti, quasi come se si potessero vedere anche con gli occhi. Anche l’idea di intrecciare la storia privata con la Storia del Novecento - e di far emergere il peso e la tenuta delle figure femminili - è particolarmente simbolica, soprattutto se si pensa a quanto le donne fatichino a trovare una loro voce in questa narrazione.
Detto questo, la lettura non è stata sempre scorrevole. Ho avvertito un ritmo discontinuo, soprattutto nella prima parte, e una narrazione a tratti poco coesa: alcuni passaggi mi tenevano dentro, altri mi lasciavano più distante, richiedendo molta più attenzione e intensità. Anche se non mi è piaciuto come speravo, a questo libro riconosco grande eleganza e garbo. Sicuramente, leggerò anche altro di Fausta Cialente.
Re: In mezzo scorre il fiume - Norman Maclean
RECENSIONE CORALE A CURA DE "I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI"
“In mezzo scorre il fiume” è un testo che ha suscitato reazioni molto diverse, soprattutto contrastanti. Alcuni lo hanno definito un CAPOLAVORO ANALITICO, capace di intrecciare in modo profondo la pesca con le relazioni familiari; altri, invece, lo hanno ritenuto decisamente NOIOSO, più simile a un manuale tecnico che a un romanzo vero e proprio. Le lunghe e dettagliate descrizioni delle pratiche di pesca, infatti, danno un senso PEDANTE e difficile da superare, soprattutto per chi non frequenta questa PASSIONE CONDIVISA o non riesce a coglierne un eventuale significato simbolico.
Eppure, è proprio su questa insistenza sulla pesca che si costruisce l’aspetto NATURALISTA e IMMERSIVO del libro: i grandi spazi della wilderness americana, i fiumi e i paesaggi, che contribuiscono a creare un’atmosfera SUGGESTIVA, anche se percepita da alcuni come distante e quasi estranea. Maclean scrive un romanzo SORPRENDENTE in cui l’acqua non riflette solamente la storia di due fratelli cresciuti nel Montana, ma anche la vita stessa, fatta di disciplina ed emozioni. La scrittura è stata definita elegante, ricca di immagini e frasi memorabili che invitano a essere rilette.
Sul piano umano, il romanzo è INTIMO e con un grande EQUILIBRIO: da una parte emerge il tentativo di raccontare i rapporti familiari e il legame tra due fratelli, dall’altra, però, questi stessi personaggi possono apparire poco approfonditi, privi di un reale spessore psicologico. In alcuni passaggi, ci sono scene che hanno qualcosa di addirittura FASTIDIOSO e persino disturbante, con figure rappresentate come violente, incapaci di controllo e segnate da comportamenti autodistruttivi legati all’alcol e ai conflitti in generale.
La narrazione della vicenda umana sembra emergere con più forza quando entrano in scena i genitori: qui il racconto si fa più toccante, e con una dimensione affettiva che rompe la distanza creata invece altrove. Alcuni momenti restano impressi proprio per questa loro intensità emotiva, spesso perché lasciano un senso di inquietudine.
Nel suo insieme, “In mezzo scorre il fiume” appare SINCERO nel modo in cui affronta temi difficili senza semplificarli, ma anche diseguale: APPASSIONANTE per chi riesce a entrare nel suo ritmo e nella sua simbologia, respingente per chi vi trova soprattutto lentezza e troppo “tecnicismo”. Ma forse è proprio questa ambivalenza - tra coinvolgimento e rifiuto - ciò che lo caratterizza di più.
Discorso per un amico
“Discorso per un amico” mi è sembrato un testo intimo e insieme molto concreto: nasce come un saluto rivolto a un amico e si sente che è stato scritto per non lasciare quella perdita nel silenzio. Al centro c’è la morte improvvisa dell’alpinista Diego Zanesco, molto vicino all’autore: non viene raccontata in modo spettacolare, ma come un fatto secco, accaduto mentre era in parete, che interrompe una vita abituata al controllo del corpo e del rischio.
Più che seguire una trama lineare, il libro procede per episodi: ricordi di salite, abitudini, manie “da montagna”, dettagli minuti che ricostruiscono un carattere - la disciplina e la precisione in primis - che rendono difficile metabolizzare quanto accaduto. Sullo sfondo si inserisce l’idea che per alcuni la montagna non sia solo un passatempo o qualcosa da prendere con superficialità, ma una forma di fedeltà a sé stessi.
Si tratta di un libro che colpisce soprattutto per l’affetto racchiuso in poche ma essenziali parole, come se l’unico modo rispettoso di parlare davvero di un amico fosse, prima di tutto, non esagerare mai e poi attraverso le sue passioni.
In mezzo scorre il fiume - Norman Maclean
"In mezzo scorre il fiume" è un libro bellissimo e sorprendente, e l’acqua è davvero l’elemento che lo rappresenta meglio: in superficie, sul pelo, scorre come una storia semplice, fatta di pesca a mosca e di giorni che sembrano tutti uguali, ma poi basta restare un attimo fermi ad aspettare - proprio come fa un pescatore - per accorgersi che sotto quella calma c’è una corrente più forte, che racchiude legami umani e familiari con tutte le loro fragilità.
Due fratelli crescono nel Montana con un padre pastore presbiteriano, in una casa dove non c’è un confine netto tra religione e pesca: tant’è che quest’ultima assume i toni della prima, diventando una liturgia con dei gesti precisi. Quella stessa assenza di demarcazioni si sente anche nella forma del testo, che non si spezza in capitoli o paragrafi ma procede come un unico corso continuo: un flusso di parole che prende e trascina dentro nella storia come un vortice, che non travolge ma culla.
La sensazione è che l’acqua non sia solo un luogo in cui trovare pesci, ma anche un modo per misurare le persone: da una parte ci sono la tecnica e la disciplina, dall’altra il lato più umano, che si snoda come un fiume tra amore e famiglia. Sarebbe riduttivo considerarlo un “semplice” libro sulla pesca a mosca; Maclean è così bravo che lo trasforma in un libro su come la pesca a mosca possa aiutare a interpretare, più in generale, la vita.
La scrittura è semplice, elegante e soprattutto limpida, ci sono dei passaggi che lasciano frasi che una volta chiuso il libro viene voglia di leggere e rileggere. Tra le tante che ho segnato, la mia preferita è questa (a pagina 70): «I poeti parlano di «istanti di eternità», ma in realtà è il pescatore a sperimentare l’eternità compressa in un attimo. Nessuno può dire cosa sia un istante di eternità fino a quando il mondo intero non diventa un pesce e il pesce sparisce».
Ragazzi di vita - Pier Paolo Pasolini
“Ragazzi di vita” è un romanzo in cui la lingua e la povertà sono un destino quotidiano. La cosa che più mi ha colpito è la realtà che Pasolini ha costruito: Roma non è solo lo sfondo della narrazione, ma un sistema fatto di strade e posti simbolo dove la gioventù - che non ha più spazio per l’innocenza - si muove con con un’energia propria (nervosa, feroce, a volte anche comica).
Sul piano della trama, più che una storia unica e lineare, il libro procede per episodi: seguiamo Riccetto e il suo giro di amici in una periferia romana del dopoguerra, tra piccoli espedienti per tirare avanti, bravate, furti, giornate passate a bighellonare, scappare, cercare soldi, cibo, (semplicemente) un posto dove stare. Pasolini non “spiega” troppo gli eventi ma li fa capire attraverso le sensazioni che li provocano (come la fame o l’umiliazione). Anche quando succede qualcosa di emotivamente enorme, il mondo intorno non si ferma, ed è probabilmente questo inesorabile trascorrere della vita - comunque e dovunque - a rendere il romanzo così spietato e vero.
La lingua è sicuramente il cuore del libro: un impasto di italiano e parlata romanesca che da una parte stabilisce il ritmo; dall’altra dona dignità ai personaggi, senza trasformarli in macchiette. A volte, è una lingua che sembra “brutta” apposta, ma è una bruttezza necessaria perché mette il lettore davanti a una realtà che una prosa più elegante non avrebbe reso nella stessa maniera.
Se devo dirla in modo personale: è un romanzo che può anche deludere se si cerca un intreccio tradizionale, personaggi “da amare” o citazioni memorabili, però lascia una traccia forte perché costringe a guardare nelle vite di chi resta ai margini senza romanticismo e senza morale. Ragazzi di vita fa entrare dentro le borgate romane, fa conoscere quelli che normalmente sono “senza voce”, e diventa impossibile pensare che tutto questo sia “solo” letteratura.
Gigi
Colette, con “Gigi”, regala al lettore un racconto breve che si legge in un soffio, e che nella sua fugacità lascia qualcosa di profondo: la storia di una ragazza - Gilberte, detta Gigi - educata per diventare una perfetta cocotte nella Parigi della Belle Époque. Sotto la leggerezza apparente, si nasconde in realtà una riflessione per niente superficiale sui ruoli imposti alle donne e sul modo in cui la società modella le aspettative - addirittura i sentimenti - di chi vi cresce dentro.
Il salotto, i gioielli, i tessuti, le piccole cerimonie quotidiane della casa di zia Alicia: tutto è descritto con una cura così minuziosa da essere sia realistica sia poetica. Gigi è un personaggio che si muove in un modo un po’ strano rispetto al destino che le è stato cucito addosso: non si ribella in modo plateale, ma fa sentire la sua voce, riuscendo a essere allo stesso tempo intelligente e capricciosa (“L’ha capito, ormai, che ho la risposta pronta!”).
Il finale è forse l’unico momento ambiguo di tutta la vicenda: da una parte c’è Gigi, dall’altra Gaston, il giovane che frequenta la sua casa quasi per noia. La loro evoluzione è totale. Gigi smette di essere una pedina per diventare una donna consapevole che decide il proprio futuro, mentre Gaston abbandona il suo fare da libertino per scoprire il vero amore, abbandonando totalmente il cinismo che l’ha contraddistinto. Una lettura consigliata, soprattutto a chi ama la prosa francese della prima metà del Novecento e vuole scoprire la scrittura di Colette.
I nomadi - John Steinbeck
Questo libro mostra Steinbeck nel suo habitat più potente: quando osserva, registra, dà forma al reale (soprattutto nelle sue manifestazioni più ingiuste, quelle che riguardano i poveri e gli sfruttati). Il fatto che sia una raccolta di articoli (pubblicati dal "San Francisco News" nell’ottobre 1936 insieme alle fotografie di Dorothea Lange) e non un vero e proprio romanzo non lo rende più “debole” o frammentario, anzi: pagina dopo pagina si compone un disegno coerente - e preoccupante - sull’America, sul lavoro, sulle disuguaglianze, su chi resta ai margini e su chi si sposta perché non ha altre alternative (come si legge più ampiamente in "Furore").
La forza di questo testo sta nel tono: non si tratta “solo” di cronaca, perché Steinbeck usa il suo sguardo - e la sua abilità di scrittore - per descrivere meccanismi economici e sociali durissimi, restando comunque umano. I testi nascono dall’urgenza concreta di raccontare, per questo la scrittura ha spesso l’andamento del reportage, con passaggi che sembrano “annotazioni dal campo”, che poi si allargano anche in riflessioni più ampie.
Più che costruire un discorso astratto, Steinbeck torna continuamente sul senso di ingiustizia che permea la condizione umana, così precaria, vulnerabile e piena di divari. Steinbeck, in questo come in altri testi, unisce scrittura e responsabilità, senza sacrificare nessuna delle due. Dall’introduzione di Charles Wollenberg: «Il turbamento e l’indignazione con cui Steinbeck scrisse questi articoli paiono tragicamente assenti nell’America contemporanea. Possiamo quindi imparare ancora molto dal reportage di Steinbeck del 1936 e dallo spirito militante del suo collaboratore senza voce, Tom Collins, 'che lo ha vissuto'.»
Re: La rilegatrice di storie perdute - Cristina Caboni
L’ambientazione “libresca” e l’idea della rilegatura sono due belle premesse, ma sviluppate un po’ male, perché, considerate come filo conduttore della lettura, non lasciano molto (almeno a me). Ho trovato la storia prevedibile e un po’ superficiale, come se puntasse su emozioni e svolte narrative già viste, senza davvero aggiungere qualcosa di personale o sorprendente.
I continui richiami al mondo dei libri, che sulla carta dovrebbero essere il cuore del romanzo, qui risultano più decorativi che sostanziali: citazioni, riferimenti e atmosfera vengono usati spesso come un pretesto per far avanzare la trama, invece che come una vera esplorazione del potere delle storie (come il potere femminile) o del lavoro artigianale dietro i volumi.
L’unica cosa che mi spingeva a continuare era la curiosità di scoprire quale citazione e quale libro avrebbe aperto il capitolo successivo. La doppia temporalità - giocata tra Sofia e Clarice - ha ricordato il doppio punto di vista dei romance, nel tentativo di rendere dinamica la narrazione. Dei tocchi che hanno dato un po’ di respiro e qualche spunto, anche se da soli non sono bastati a rendere memorabile il resto.
"La rilegatrice di storie perdute" vuole raccontare la passione per i libri non solo come supporti ma anche come compagnia e cura, ma l’intento non riesce del tutto. Nel complesso, l’ho trovato poco incisivo per lasciare il segno.