Roberto Lecchi

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La scuola salvata dai bambini - Benedetta Tobagi

Da quando l’effetto del "fenomeno migranti” è entrato (anni fa) anche nelle scuole circola un’opinione – piuttosto diffusa – che vuole che la presenza di bimbe e bimbi stranieri in aula rallenti il rendimento scolastico di tutta la classe: aspettare i tempi di apprendimento dei compagni stranieri, soprattutto di quelli che comprendono poco o nulla la nostra lingua, pregiudica o quantomeno rallenta le potenzialità di successo scolastico dei nostri bambini.
L’opinione è sostenuta da molti genitori, e nel tempo riproposta attraverso i media anche da esponenti di certa parte politica. Ma, peggio ancora, a volte viene velatamente suggerita anche da taluni docenti e dirigenti, pronti a rovesciare le responsabilità dei problemi di determinati Istituti sui tagli di spesa all’Istruzione (ed è vero) e sulla presenza di numeri più o meno elevati di alunni stranieri nelle classi (e questo è tutto da verificare).
Benedetta Tobagi ha percorso l’Italia da Udine a Palermo, passando per Milano, Brescia, Genova, Napoli, ecc., proprio per verificare questa problematica, e ha scoperto situazioni che a volte corrispondono sì alla narrazione più comune, ma che in molti altri casi (pur fra tante difficoltà) demoliscono in modo clamoroso tutti i pregiudizi, rivelando la presenza di situazioni di eccellenza nate proprio dalla necessità di dare risposte ai problemi posti dalla marcata presenza – a volte quasi esclusiva - di bambini stranieri.
Ovviamente, per ottenere certi risultati c’è bisogno di tanto lavoro da parte di docenti e dirigenti, di passione, di volontà di ascoltare e capire, di mettersi sempre in gioco. Anche di sacrifici, quindi, stante i tremendi tagli ministeriali del 2008 (riforma Gelmini) e quelli delle amministrazioni seguenti - ultima riforma compresa - che certo non aiutano.
Ma ancora una volta in molte realtà – anche difficili, in scuole di “prima linea” – si è riusciti a dimostrare che attraverso il dialogo col territorio e con la indispensabile partecipazione delle famiglie, se c’è volontà e capacità di progettazione il problema può trasformarsi in risorsa per la scuola, e in proiezione per tutta la comunità.
Ne “La scuola salvata dai bambini” Benedetta Tobagi racconta con particolare trasporto e con ricchezza di dettaglio storie e testimonianze utili e raccomandabili a tutti, in particolare ai genitori e ai lavoratori della scuola.

Sonderkommando Auschwitz

Shlomo Venezia ha conosciuto l’inferno.
Shlomo Venezia lo ha attraversato da cima a fondo ed è riuscito a riemergerne vivo.
Lo ha conosciuto nei dettagli, anzi di più: è stato parte integrante di un meccanismo inarrestabile, feroce, implacabile; suo malgrado ne è stato un ingranaggio; piccolo, ma necessario ad alimentare le fiamme dell’inferno di Auschwitz-Birkenau: è stato parte di un “sonderkommando”, ovvero di una “squadra speciale” occupata nel funzionamento delle camere a gas e dei forni crematori del più orrendo fra gli orrendi lager nazisti.
Di questi “addetti ai lavori” nessuno doveva sopravvivere, e per questo periodicamente avvenivano dei ricambi nei sonderkommando; i componenti venivano via via eliminati affinché fosse sicuro che nessuno potesse testimoniare di ciò che accadeva in quell’inferno: nessuno doveva raccontare delle condizioni inumane, di persone ridotte ad animali, delle violenze, delle esecuzioni arbitrarie di ss, guardiani e kapò, delle sofferenze inutili e gratuite inflitte alle vittime - violenze funzionali alla distruzione di ogni eventuale resistenza-, delle soppressioni programmate ed eseguite nelle camere a gas, dei forni crematori che funzionavano a pieno regime non già per precauzioni igieniche, ma- ancora - per distruggere le prove di un genocidio, di un colossale omicidio di massa.
Nessuno doveva sopravvivere, ma per una serie di circostanze fortuite qualcuno è riuscito a sfuggire a una sorte segnata già dal momento in cui è stato sbattuto su uno dei tanti treni a vagoni piombati che anche dagli angoli più remoti d’Europa hanno raggiunto i campi della morte del terzo reich, e Shlomo Venezia era uno di questi.
Una cosa che ha accomunato i superstiti dei campi di sterminio era la riluttanza, il rifiuto, spesso l’incapacità di testimoniare l’orrore dell’esperienza vissuta: per timore di non essere creduti, per il dolore provocato dal rielaborare un periodo devastante per la propria esistenza, per la vergogna di essere sopravvissuti, vissuta come se fosse un privilegio immeritato, un fenomeno spiegato bene ne ”I sommersi e i salvati” di Primo Levi.
Shlomo Venezia ci ha messo cinquanta anni prima di decidersi a raccontare la sua storia, giusto il tempo in cui cominciavano a martellare teorie negazioniste; la sua testimonianza nasce quindi anche dall’esigenza di rimettere le cose al loro posto, di dare una risposta ai negazionisti.
“Sonderkommando Auschwitz” non ha uno stile romanzato né ricercato: Shlomo non è uno scrittore e non usa finezze letterarie, e non serve; la narrazione è piana, asciutta, senza perifrasi va dritta allo scopo; le parole sono nette, precise: con un incedere implacabile si incastrano fra di loro come le tante tessere di un mosaico: il mosaico dell’orrore indicibile di Auschwitz-Birkenau e dei lager tutti.
Una testimonianza sofferta, che colpisce il lettore con una forza anche brutale, che lascia storditi e sgomenti.
Ma un passo necessario alla conoscenza; contro i tentativi mai finiti di riduzione, banalizzazione e mistificazione dell'opera di sterminio nazista.

Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra - Giovanna Procacci

L’anno appena passato ha segnato il centenario dell’ingresso italiano nella prima guerra mondiale e in tutto il paese è stato un susseguirsi di eventi celebrativi, mostre, programmi tv dedicati, ecc.
Per lungo tempo il discorso sulla Grande Guerra è stato monopolizzato dalla retorica di stato, volta a enfatizzare il valore e l’eroismo del combattente italiano, ad accreditare la figura del soldato contadino buono e paziente, pronto a sopportare senza proteste fatiche e sofferenze e ad immolarsi quando necessario alla superiore causa della patria.
In questo racconto non c’era spazio per la miseria e l’orrore delle trincee, per la paura di migliaia di giovani mandati fanaticamente al macello senza via di scampo: o balzare decisi fuori dalla trincea e affrontare il piombo nemico in assurdi e improduttivi assalti frontali, o – se riluttanti o anche solo titubanti - aspettarsi il piombo patrio nella schiena, dispensato dagli ufficiali al comando o dai carabinieri posti dietro i reparti a vegliare sullo spirito di abnegazione e di disposizione al martirio dei soldati. Così per anni si è celebrata solo la gloria dei morti sul campo di battaglia o per ferite riportate in combattimento; che già morire per malattia era poco onorevole e anche un po’ sospetto...
Figuriamoci allora morire in prigionia, quando la mentalità prevalente fra gli alti comandi considerava chi cadeva prigioniero alla stregua di un disertore.
Quella dei soldati italiani morti nei campi di prigionia tedeschi e dell’impero austroungarico durante la prima guerra mondiale, e dei disertori, della disciplina e giustizia militare, del vero sentimento delle truppe - al di là del racconto ufficiale - è una questione tenuta a lungo in ombra dalle autorità, un “tabù” che ha cominciato a disvelarsi e a imporsi alla coscienza civile partendo da alcuni autori e ricercatori (fra cui E. Forcella e A. Monticone con “Plotone di esecuzione” e M. Isnenghi con “I vinti di Caporetto”) solo verso la fine degli anni sessanta, e che non ha mai raggiunto – neanche ora – l’attenzione che merita presso tutti gli italiani in generale e verso i giovani in particolare.
Ancora oggi sono pochi i testi che trattano di questo aspetto oscuro della nostra storia: fra i più completi e autorevoli, oltre che coinvolgente, c’è questo libro di Giovanna Procacci.
La prof. Procacci è studiosa di Storia Sociale e Mentalità, e grazie anche a queste sue competenze – oltre alla gran mole di documenti e testimonianze raccolte - riesce a tracciare con efficacia i meccanismi che hanno portato - negli anni della guerra - a far sì che la classe militare e politica al potere si macchiasse di un crimine orrendo: la scelta deliberata e cosciente di abbandonare alla loro sorte tutti i soldati caduti prigionieri.
Equiparati né più né meno a disertori, essi - contrariamente a quanto fecero le altre nazioni alleate - furono a lungo lasciati totalmente privi di aiuti da parte dello stato, che frappose addirittura veti e ostacoli anche agli aiuti da parte dei parenti dei prigionieri e delle organizzazioni umanitarie.
I prigionieri italiani sparsi in territorio nemico erano 600.000: di questi - grazie a questa condotta criminale - 100.000 non fecero ritorno: morti per fame, freddo stenti e malattia.
É una cifra abnorme, assolutamente non paragonabile alle vittime dei campi di prigionia sofferte dagli altri contendenti.
Il tutto è argomentato in modo preciso e appassionato, con una ricerca che indaga prima sull’apparato militare, sulla mentalità dei vertici, sulla organizzazione della giustizia e sulla censura, sulla ottusa inettitudine di alcuni politici e sugli effetti di queste infauste combinazioni sulla vita dei soldati e delle loro famiglie, per poi confrontarsi con la questione dei prigionieri e della loro condizione, vista sia dalla parte dei soldati semplici che da quella, ben diversa, di ufficiali e graduati.
Un libro che si fa leggere volentieri anche nelle note a piè di pagina, un libro nel libro, in questo aspetto; corredato anche con diverse lettere bloccate dalla censura e non ancora mondate, offre uno stimolo più che necessario al giorno d’oggi: l’invito a uscire dagli schemi retorici e dalla roboante ufficialità di stato, a non accontentarsi della versione dei potenti e provare a guardare la storia anche dal punto di vista degli ultimi.

Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank - Nathan Englander

“Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank” è un titolo che già di per sé accende curiosità e aspettative, promette scenari non consueti, percorsi dagli esiti intriganti. E le promesse sono mantenute.
Non conoscevo Nathan Englander, è la prima volta che lo leggo, e devo dire che mi ha completamente convinto. Il libro si snoda su otto racconti scritti con stile originale, moderno, avvincente; densi di sentimento, di drammaticità, di sensibilità.
Ma anche di un disincanto che a volte rasenta il cinismo e di una grande ironia che spesso sfocia nel comico; qualità distintive della miglior tradizione letteraria ebraica.
Storie assurde o di apparente ordinaria quotidianità, legate dal filo comune dell’ebraicità e dai contrasti e contraddizioni che scaturiscono dalla storia di un popolo depositario di una cultura millenaria, che da sempre è bersaglio di ostilità e pregiudizio.
Storie di personaggi appartenenti a una fiera stirpe che ha saputo sopravvivere all’indelebile orrore della Shoa, e che ora sente vacillare le sue fondamenta identitarie, minacciate non tanto dalla contaminazione con altre culture, ma dal confronto inevitabile con le infide lusinghe del consumismo, da un sistema ostile alle diversità, mirato a omologare tutto e tutti in una massa di individui che marcia compatta verso il baratro della disgregazione sociale.
Ma al di là dell’appartenenza ebraica che tutto sovrasta, i suoi racconti riguardano tutti: dipingono quadri di alienazione e di violenza, di sopraffazione e di orgoglio, di amore e odio, passioni violente ed esistenze apatiche.
Vi sono ritratti nobili valori e abiette meschinità, che non sono certo qualità esclusive del carattere ebraico, ma comuni al genere umano, e che insieme formano un affresco dipinto coi colori degli slanci di fede e di altruismo, delle tentazioni e delle pulsioni egoistiche in cui ognuno di noi ci si può riconoscere.
Uno stile ironico, leggero ma mai banale, spesso in contrasto con atmosfere kafkiane, Englander e questo suo libro meritano davvero attenzione.

Istruzioni per l'uso del futuro - Tomaso Montanari

Istruzioni per l'uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà; di Tomaso Montanari.
È un libro organizzato in forma di dizionario, un saggio snello ed efficace dove a ogni lettera dell’alfabeto corrisponde un argomento (A come Ambiente, B come Bene comune, ecc.) che aiuta a tenere acceso lo sguardo su tutto ciò che riguarda la poca attenzione - se non addirittura un colpevole disinteresse - verso i problemi dell’ambiente (paesaggio, territorio…) dell’arte, della cultura, dell’istruzione e di conseguenza sulla scarsa consapevolezza dei diritti del cittadino in materia (e non solo).
Diritti colpevolmente ignorati da una classe politica miope ed inetta, succube di una ideologia neoliberista dominata da lobby economiche e da affaristi spregiudicati e rapaci, per i quali valori come arte, cultura, paesaggio, hanno senso soltanto in una prospettiva di profitto immediato e non in termini di crescita civile.
Da qui una denuncia a uno Stato che mai come negli ultimi anni si è disinteressato al suo patrimonio, scegliendo la via della svendita e della privatizzazione dei gioielli artistici ed architettonici (ma anche di spiagge, laghi, montagne, borghi …) ereditati nei secoli dai nostri avi per far fronte a debiti ed emergenze che non si vuole mai affrontare in modo definitivo.
Ma quello di Montanari non è solo un atto di denuncia e una chiamata alla consapevolezza, dalle sue pagine lancia anche proposte su come tutelare e valorizzare al meglio un patrimonio di tutti; valorizzazione che non deve rispondere solo a criteri di ritorno economico, ma soprattutto a principi di crescita civile e riscatto sociale.
Proposte praticabili, non aleatorie, sostenute da esempi e testimonianze di persone, associazioni, enti privati o pubblici che con le loro professionalità e il loro impegno sono riusciti in alcuni contesti a innescare un moto virtuoso intorno a progetti volti a valorizzare i beni loro affidati, iniettando in essi il valore aggiunto di una fruizione centrata sulla crescita sociale, ovvero sul bene comune.

Il mondo di Sofia - Jostein Gaarder

“Il mondo di Sofia” è un libro abbastanza singolare. Da principio sembra quasi un romanzo per ragazzi, e in un certo senso è anche questo, ma andando avanti la storia prende una trama e un ritmo che piace anche ai lettori più esigenti.
La storia, ambientata in Norvegia, ha per protagonista principale Sofia, una adolescente che si sente un po’ diversa e a disagio nei confronti dei suoi coetanei, tutti rivolti a uno stile di vita superficiale, votato a mode e consumi.
Lei invece è una tipa piuttosto introversa, incline a riflettere su sé stessa e sul mondo: chi sono io?, perché esisto?, cos’è l’universo?, cosa vuol dire infinito?, ecc. Domande che prima o poi ognuno si pone, e che se inseguite portano a schiudere il mondo della filosofia.
Un giorno, tornando da scuola, nella cassetta della posta trova una lettera che gli sconvolgerà la vita: gliela manda un misterioso personaggio – che più avanti avrà modo di conoscere e incontrare – che pare conosca bene i suoi pensieri, perché questa lettera si accompagna a un plico di fogli dattiloscritti che trattano di filosofia a partire dalle origini del pensiero occidentale.
Nella lettera il misterioso mittente spiega che quella sarà la prima di tante altre spedizioni con l’intenzione di impartire a Sofia un corso di filosofia che le piacerà moltissimo.
Da questo punto in poi la storia si sviluppa su diversi livelli: uno che rappresenta una piacevole e utile introduzione a vari filosofi e al loro pensiero; uno che fa procedere la trama attraverso situazioni di vissuto quotidiano e di normali rapporti fra i vari personaggi che ruotano intorno a Sofia; uno dove si sviluppa il suo rapporto col mittente della corrispondenza filosofica, un tipo tanto saggio quanto bizzarro che si chiama Alberto Knox; uno che porta in situazioni che trascendono la realtà, alla mercé di una “mente” misteriosa che sembra guidare tutto da un mondo esterno, mente che assume le sembianze di un maggiore delle truppe ONU e contro il quale lei e Alberto si troveranno a lottare; un altro ancora che riguarda Hilde, figlia del maggiore, coetanea e alter ego di Sofia, che pare abitare in un mondo parallelo.
Ne esce una storia davvero piacevole e ricca di colpi di scena, in cui tutti i vari livelli si sovrappongono e alla fine si collegano, sorretti dal tema filosofico, che è essenza e valore aggiunto di questo romanzo.
E nel finale un po’ rocambolesco credo si scorgano anche le motivazioni che hanno spinto l’autore a puntare sul tema della filosofia: un pretesto per invitare a guardare in modo più critico al modello di vita attuale, a imparare a riflettere e confrontarsi su valori più profondi, molto distanti da un mondo che si regge più sulle apparenze che su reali bisogni.

Storia di un operaio napoletano - Salvatore Cacciapuoti

Mi capita a volte di arrivare a un libro attraverso le note a piè di pagina di un altro libro, ma credo di non essere il solo attratto da questa sorta di “link” cartacei. E così, attraverso questa nota, ancora prima di finirlo passo da un libro di Giorgio Amendola (“Un’isola”) alla lettura di quello in oggetto: “Storia di un operaio napoletano”, di Salvatore Cacciapuoti.
La storia copre un periodo lungo un quarto di secolo, e va dai primi anni 30 fino al 1956, anno in cui si svolge il XX° congresso del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica), che per un intero mondo legato a una certa idea di comunismo ha rappresentato una scioccante presa di coscienza, un punto di svolta e una dolorosa sconfessione di quello che pareva un dogma intoccabile, ovvero la grandezza e l’infallibilità del pensiero e dell’operato di Stalin. Una sconfessione disorientante, per molti inaccettabile e ancora inaccettata. (In piccolo - molto in piccolo – il ripudio del “Grande Timoniere” ha qualche punto in comune con l’avvento del “grande rottamatore” e annessa corte adulante…)
È una cronaca lucida e asciutta quella di Cacciapuoti, ma non priva di tensione, di aspetti drammatici e – soprattutto- trasudante di passione: passione alla lotta per i diritti del lavoratore, passione e lealtà per il partito, passione per una politica intesa come più alto strumento nella ricerca di riscatto e tutela della dignità di ogni persona.
Il percorso inizia con le prime esperienze da garzone, che lo levano dalla strada e da un ambiente dove è facile finire preda del malaffare, per continuare con l’entrata in una grande fabbrica, la presa di coscienza della condizione operaria e i primi incontri coi militanti comunisti, ai tempi perseguitati perché considerati nemici del regime fascista.
Cacciapuoti entra in una cellula comunista e sacrifica alla causa tutto sè stesso, la vita , le amicizie, gli affetti, i sentimenti: basti pensare che in tutto il libro non fa cenno, se non in due parole di numero, al fatto che nel periodo fascista oltre a esser membro di una organizzazione clandestina è pure sposato e con prole. In questa organizzazione percorre le tappe che da “ignorante e analfabeta” lo porteranno ad acquisire una ottima istruzione grazie alla sua caparbietà e all’aiuto dei compagni più istruiti, fino a diventare uno fra i più autorevoli rappresentanti del PCI nel Mezzogiorno.
Questo non prima di esser stato a lungo ospite delle galere fasciste e fra gli organizzatori della resistenza e insurrezione di Napoli contro i nazifascisti.
“Storia di un operaio napoletano” è un libro che merita davvero di essere letto, che fa capire il significato di “passione politica”, (... e di quanto sono piccini molti degli attori che calcano nostra attuale scena politica) e che dà una risposta inequivocabile a chi ancora si ostina a dire che “anche il fascismo ha fatto cose buone.” La paccottiglia mitologica dei treni in orario o delle pensioni non può bilanciare la perdita di libertà e le sofferenze di un intero popolo.

La semplice verità - Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau

Quando si vuole scegliere un libro ognuno ha le sue fonti; si può seguire il consiglio di un amico, la pagina della cultura di un qualche quotidiano, i consigli della tv, (dai quali personalmente rifuggo quasi sempre, a meno che giungano da trasmissioni di provata competenza, tipo l’ormai conclusa serie di “ Le storie”, condotta da Augias, o l’attuale “Pane Quotidiano” della De Gregorio, entrambe su Rai tre); per quel che mi riguarda, fra le altre cose, do molta attenzione a trasmissioni radiofoniche dedicate al tema su Radio tre (Fahrenheit) e Radio popolare Milano (Sabato libri).
Ciononostante succede spesso di arrivare davanti allo scaffale della biblioteca e non aver nessuna idea su cosa scegliere. Quando mi capita, a volte lascio perdere; tornerò quando so cosa voglio, che forse è la cosa migliore. Altre volte, se non conosco l’autore, mi lascio guidare dal titolo o dall’argomento, raramente dall’immagine di copertina. È quello che mi è invece successo con “La semplice verità”, l’immagine in bianconero dei rami contorti di un albero mi ha portato a sfogliare , e poi a prendere, un bellissimo libro di Stefano Paolucci che cura la raccolta di parti inedite dei diari di Henry David Thoreau e di Ralf Waldo Emerson; scrittori, poeti e fra i massimi filosofi statunitensi.
Ignorante in materia, devo dire che è stata una rivelazione davvero piacevole e stimolante; la scoperta di due personaggi eccezionali che con le loro teorie e punti di vista aiutano ad allargare gli orizzonti del nostro pensiero. Per me è stato un colpo di fulmine, e il merito di ciò è sicuramente del curatore Paolucci, uno fra i massimi esperti di Emerson e Thoreau e della pattuglia dei “Trascendentalisti”, la branca filosofica cui facevano capo.
Già nella parte introduttiva ha la capacità di incuriosire il lettore più profano fino a coinvolgerlo anche emotivamente con la descrizione dei personaggi, della loro azione e del loro ambiente storico e sociale, arricchendo la presentazione anche con aneddoti personali occorsigli in “pellegrinaggi” nei luoghi in cui hanno vissuto i due filosofi e nella relazione con i loro vari estimatori e studiosi contemporanei; tutti sulla pista della “semplice verità”, fine supremo per Thoreau e Emerson.
A seguire, l’oggetto del libro, i vari estratti dei diari, dove affiorano le ansie, i progetti, i sentimenti e soprattutto le idee di questi due grandi, depositari di un pensiero tanto profondo quanto apparentemente semplice.
Credo sia questa la loro forza, riuscire a rispondere anche con semplicità a domande esistenziali - il bene, il male , il vero , il falso - che prima o poi molti di noi si pongono, facendoci poi magari scoprire che la risposta che ci indicano è proprio quella che abbiamo sempre immaginato, ma che non riuscivamo a spiegare.
Semplicità che credo sia stato obiettivo anche di Paolucci; obiettivo raggiunto scegliendo con attenzione i brani dei diari, in modo da rendere maggiormente accessibili la lettura e la penetrazione dell’etica morale dei due grandi.
Stefano Paolucci è un loro profondo ammiratore oltre che esperto studioso, credo che questo suo libro sia una intelligente operazione, una ottima base di partenza volta ad aumentare la platea degli estimatori, che saranno stimolati ad approfondirne la conoscenza proprio a partire da un’immagine più “umana” ma non per questo meno alta che esce dai diari. “La semplice verità” è un libro che consiglio a tutti.

Rive e rivali - a cura di Carla Boroni, Sergio Onger, Maurizio Pegrari

Vedo spesso i miei figli sbuffare davanti ai testi scolastici di storia, afflitti dalla noia e dall'insinuarsi di un tarlo che li vuol convincere dell'inutilità a fini pratici della materia.
Bravo allora quello storico capace di catturare l'attenzione, a infondere passione e interesse, a portare il lettore dentro la materia viva del passato, nelle lotte, negli eventi che hanno segnato un'epoca o un territorio, nel quotidiano di un tempo che ci è tanto lontano ma che tanto ci appartiene.
A portarlo in mezzo alla storia di personaggi di tutti i censi; re e regine, imperatori, nobili e capitani di ventura, vescovi e monaci, monasteri e badesse; e poi mugnai, contadini, pescatori, pastori, barcaioli, briganti e truffatori, saltimbanchi e predicatori, tanta umanità accomunata dal risiedere in un territorio in continua trasformazione fisica e politica, costretti a fare i conti coi capricci di un fiume che muta continuamente il suo percorso e con quelli dei potenti di turno.
“Rive e rivali” è un libro che appassiona a cominciare dal titolo, uno sguardo lungo un millennio dentro le vicende che hanno coinvolto il territorio del fiume Oglio e dell’ovest bresciano in particolare, il confronto e i conflitti sviluppatisi lungo le sue rive fra rivali di ogni tempo.
Rivali intesi non solo come abitanti di opposte rive, ma piuttosto come coloro che ne hanno condizionato le esistenze attraverso il perseguimento dei loro piani di potere e di governo, con le loro guerre, vittorie e sconfitte che determinano l’alternarsi di regni avversi, con alleanze e intrighi che sono pratiche esclusive di ricchi e potenti.
Ricchi e potenti che non possono comunque prescindere dal confronto col popolo, fattore di cui alla lunga deve tener conto anche il più feroce dei tiranni e stabilire un giusto equilibrio fra generosità, autorità e giustizia.
Nel libro le voci dei vari autori sono organizzate in un percorso che parte dall’VIII° secolo – dal tempo dei monasteri e delle prime bonifiche – , attraversa tutto il medio evo, l’era moderna, la sconvolgente era napoleonica e la successiva restaurazione, l’avvio della rivoluzione industriale per arrivare sino all’unità d’Italia e alle soglie del XX° secolo, passando di volta in volta sotto il controllo di Longobardi, Milanesi, Veneziani, Spagnoli, Francesi, Austriaci, Piemontesi; e sempre, sempre sotto l’occhio vigile del clero.
Ogni autore indaga gli argomenti che gli competono con abbondanza di note e rimandi bibliografici, documenti e ricerche d’archivio estraggono aspetti che riguardano ora le vicende del potere piuttosto che le dinamiche sociali delle varie epoche; le architetture; le vie di comunicazione attraverso porti, ponti e la navigazione del fiume; l’uso delle risorse idriche per scopi agricoli o energetici; l’organizzazione dell’economica e del lavoro; la pratica della fede; le feste e il folklore; l’ambiente e il paesaggio; la lotta a una criminalità particolarmente presente in quella che a lungo è stata zona di confine. Tutti insieme dipingono una lunga sequenza di una storia meno nota ma non per questo minore, scritta in modo chiaro e comprensibile a tutti e dove la presenza del popolo non fa solo da sfondo; un libro che ci riguarda e che dovrebbe stare in ogni biblioteca, pubblica e scolastica, del territorio dell’Oglio.

Il secolo breve - Eric J. Hobsbawm

Eric Hobsbawm è storico di grande levatura, autore di un best seller di portata planetaria quale “Il secolo breve” che lo ha reso ancora più celebre, se mai ne avesse avuto ancora bisogno.
C’è sempre il rischio di peccare di presunzione a cimentarsi nel commento di un’opera impostasi con tanta autorevolezza all’attenzione del pubblico e degli esperti. Eppure qualcosa da dire lo si trova sempre, non fosse altro per le aspettative che ognuno si pone nell’accostarsi a tale “monumento” storico-letterario.
C’è da dire che a dispetto di una diffusione che fa pensare a una stesura di comodo approccio, il libro non è di facilissima lettura: anche se non usa un lessico da addetti ai lavori spesso bisogna soffermarsi a leggere più volte lo stesso paragrafo; diversi passaggi sono stilati in modo piuttosto laborioso, per non dire contorto, ma questo potrebbe esser dovuto a difficoltà nella traduzione dal testo originale.
Nel libro si racconta il periodo che corre dalla prima guerra mondiale alla dissoluzione dell’unione sovietica e di tutti i regimi comunisti dell’est europeo, passando per la nascita dei regimi totalitari, la grande crisi economica degli anni trenta; la seconda guerra mondiale con la vittoria delle forze alleate su fascismo, nazismo ed espansionismo imperialistico giapponese; la ridefinizione dei confini e spartizione di territori imposta dai vincitori e la nascita della questione palestinese; la fine spesso traumatica degli imperi coloniali; la guerra fredda e la competizione fra blocco comunista e sistema capitalista, il ventennio di boom economico - che Hobsbwam chiama “Età dell’oro”- , caratterizzato da un relativo benessere e dall’estendersi dei diritti sociali per le classi meno abbienti e l’aumento di potere contrattuale della classe operaia; il brusco ritorno alla restaurazione con l’avvento dell’era Tatcher-Reagan e il mito del “libero mercato”; la frana dell’URSS, dei suoi paesi satelliti e del sistema comunista con un nuovo ribaltamento dei confini e la polverizzazione dell’unità geopolitica dell’area balcanica, scossa da rancori separatisti riemersi alla scomparsa di Tito; il prevalere di un sistema capitalista che - nel momento in cui pretende di ergersi a unica via possibile di sviluppo - comincia a mostrare i limiti insiti in sé stesso e nella sua ingordigia, preludio a un fallimento finora evitato a discapito dei più deboli.
“Il secolo breve” è una specie di viaggio a volo d’uccello sul XX° secolo, affronta diversi temi senza la pretesa di essere esaustivo; del resto non è possibile nello spazio di un solo libro, per quanto ben strutturato, indagare a fondo i vari argomenti di un tempo così complicato, ed è lo stesso autore ad ammetterlo in premessa. Ciò non toglie che sia un ottimo strumento per farsi un’idea sulla nostra storia più recente, sulla quale apre una grande finestra, e stimolo per approfondire – tramite una vasta bibliografia a fine libro - curiosità inappagate attraverso la consultazione di altri testi, altri autori, altri viaggi nella storia e in biblioteca.

Re: Il sergente nella neve - Mario Rigoni Stern

Un libro che mi è particolarmente caro, il primo libro "adulto", consigliatomi dal professore di italiano per l'esame di terza media.
Denso di immagini indelebili, fra tutte quella che racconta la battaglia per la rottura dell'accerchiamento russo durante la ritirata, col protagonista che ad un certo punto irrompe esausto e affamato in una isba di poveri contadini e viene da questi invitato a sedersi e a rifocillarsi insieme ad altri soldati russi già seduti a tavola, creando una momentanea e surreale tregua di umanità nel bel mezzo di una mattanza.
La stessa scena è interpretata con insuperabile e commovente maestria da Marco Paolini ne "Il sergente", che anch'io consiglio caldamente di vedere.

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Furore di John Steinbeck

Ci sono libri piacevoli, anche belli, che però scivolano via in fretta dalla memoria; capita a volte di non rammentarli nemmeno se qualcuno ce ne cita il titolo. Altri invece rimangono scolpiti con forza nella mente; credo che ognuno abbia una personale esperienza in proposito e ognuno i propri punti di riferimento. Uno di questi ora per me è “Furore” di John Steinbeck. Difficilmente ho trovato qualcosa di più avvincente della saga dei Joad, una famiglia di contadini mezzadri dell’Oklaoma, espropriati e sradicati dalla loro terra dalla crisi, dall’avvento delle macchine e dalla disumana ricerca del profitto ad ogni costo dei padroni delle terre - il latifondo, le banche, le società di investimento -, visti dai vari personaggi del romanzo come misteriose e maligne entità dall’agire incomprensibile, che si manifestano solo attraverso il terrore degli espropri e la violenza di una legge piegata agli interessi del ricco a scapito del povero. La storia si impernia sul giovane Tom Joad, sulla madre e su un ex predicatore che ha perso la fede e cerca altre verità sulla strada. Attorno ad essi ruota tutto il resto della famiglia: il padre pure lui di nome Tom; suo fratello John; il nonno e la nonna; altri quattro fratelli di Tom, cioè i piccoli Winfield e Rhut, il poco più che adolescente Al e Rosa Tea, sorella minore a Tom, sposata col debole Connie. Nella storia, ambientata attorno al 1938, quando ancora imperversa la Grande Depressione, il primogenito Tom esce dal carcere e torna a casa appena in tempo per unirsi alla famiglia in procinto di sfollare verso la California dopo essere stata sfrattata dalla terra lavorata per generazioni. Insieme a loro si unirà il predicatore pentito Casy, riconosciuto da Tom nel tragitto di ritorno dal carcere. Trasformata una vecchia berlina a uso di camion, dopo i vari preparativi e caricato tutto l’indispensabile, la famiglia abbandona la propria casa e come centinaia di migliaia di persone nelle loro stesse condizioni si mette in marcia sulla statale 66 verso la California, diventando parte di uno spostamento di masse di proporzioni bibliche. Ma quello che dovrebbe essere un duro viaggio verso la terra promessa, si rivela ben presto molto peggiore del previsto, fino a trasformarsi in una lenta discesa agli inferi; e la sognata California appare come l’approdo a gironi danteschi, dove tutti arrancano alla disperata ricerca del lavoro che non c’è . Nel viaggio la famiglia subirà umiliazioni a catena, alle quali saprà però reagire con l’unione e una dignità mai doma anche nei momenti di più abietto degrado, sorretta dalla forza della madre, personaggio che man mano acquista centralità nella narrazione, fino a diventare colonna portante della famiglia. La sua figura cresce progressivamente di peso fino a giganteggiare nel suo ruolo di collante del gruppo, ergendosi a paradigma di una donna ormai pronta a imporsi alla pari con l’uomo, preludio a un riscatto sociale che non tarderà a venire. Nel romanzo c’è tutta la tensione di un’epopea che sembra non voler passare mai: la crisi, il lavoro, le lotte sociali e sindacali, la lotta al pregiudizio alla discriminazione e al razzismo, la violenza delle forze dell’ordine corrotte e al soldo dei potenti, la guerra fra poveri. Fra i tanti , un passo illuminate, tragicamente attuale: “ … Dove c’è lavoro per uno accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque. Se quello ne prende venticinque io lo faccio per venti. No, prendete me, posso farlo per quindici. Io ho bambini, ho i bambini che han fame! io lavoro per niente … mi lasciate portar via un po’ di frutta, di quella a terra, abbattuta dal vento, e mi date un po’ di carne per i miei bambini, e io non chiedo altro … E le paghe continuano a calare, e i prezzi restano invariati. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù”. Scene di una quotidiana sfida alla violenza e alla disperazione, che la famiglia, pur bersagliata da perdite, sfortuna e disgrazie, saprà affrontare con la forza della dignità e dell’orgoglio, e con la consapevolezza che solo con la solidarietà col prossimo ci si può salvare. E in un finale che sembra fatto apposta per affogare le ultime speranze dei superstiti in una sorta di cupo diluvio universale, è proprio un lampo di solidarietà e struggente umanità che apre uno spiraglio alla speranza e alla vita, dando forma ad un’immagine bella da togliere il respiro e colmare gli occhi, la forza della pietà come mezzo di riscatto verso una sordida vita , di nuovo offerta dal gesto d’amore di una donna, un richiamo alla Vita condensato in un sorriso che porta con sé la vertigine del Mistero dell’Amore.

Terra matta - Vincenzo rabito

Vincenzo Rabito, ragazzo del ’99 (1899), siciliano, semianalfabeta, alla bella età di 69 anni sente il bisogno di raccontare la sua vita. Con una volontà che dire caparbia è ancora eufemismo, per sette anni, tutti i santi giorni si segrega in una stanza chiusa a chiave, piazzato davanti a una vecchia Olivetti, dalla quale ricava un dattiloscritto di 1027 pagine scritte fitte fitte, a interlinea zero e senza margini.
Uno sforzo enorme per chiunque, figurarsi per uno semianalfabeta come lui; si può ben immaginare una sorta di corpo a corpo quotidiano con quella macchina, allo scopo di produrre la propria biografia.
La storia di una vita passata tra due guerre, continue illusioni, un cupo ventennio di soprusi, una povertà estrema, le quotidiane astuzie per sopravvivere in un tempo dove prevale la legge del più forte ed è difficile ( spesso impossibile) scegliere fra fame e dignità. E poi gli intricati anni del dopoguerra, i favolosi anni sessanta e la breve stagione del boom economico, le liti con la moglie e lo sconfinato amore per i figli. Un amalgama di fatiche, fame, amore, morte e vita; vita strappata giorno per giorno con le unghie e con i denti, alla eterna ricerca di un lavoro e di “umposto bono”. Ciò che esce da quelle pagine è documento di grande valore, e racconto che trasmette intatta forza espressiva e una freschezza sorprendente. L’affresco di un’epoca fra le più stravolgenti vista con gli occhi di una vera persona del popolo; semplice, sì, ma a modo suo dotata di capacità di analisi e di alcuni valori cardine: il rispetto, la lealtà, la voglia di lavorare, la voglia di riscatto raggiunta - seppur per interposta persona, cioè per mezzo dei figli - attraverso l’istruzione.
Scritto in un impasto di "siculo-italian-rabitese", può presentare all’inizio qualche difficoltà di comprensione (hanno qualche vantaggio i lettori di Camilleri), ma una volta preso il ritmo scorre via piacevole, e ogni giorno vi verrà voglia di ricominciare altre pagine, coinvolti nelle parole e nel cammino del buon Rabito Vincenzo, eroico archetipo di italiano, sempre alla ricerca dell’ennesima astuzia, sempre impegnato a “campare la vita”.

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