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Mi chiamo Lucy Barton
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Strout, Elizabeth <1956->

Mi chiamo Lucy Barton

Einaudi, 2016

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Abstract: Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell’Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto d’ospedale. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l’altra storia. Quella di un’infanzia brutale e solitaria, di una miseria umiliante, di una memoria tanto piú dolorosa perché non condivisa. Oltre la finestra, le luci intermittenti del grattacielo Chrysler, emblema di grandi aspirazioni nella Grande Mela degli anni Ottanta, insieme all’alternarsi del sonno e della veglia e all’avvicendarsi delle infermiere dal nomignolo fiabesco, scandiscono il passare di un tempo altrimenti immobile. Ma il tempo passa. L’isola d’intimità di quei cinque giorni d’ospedale non si ripeterà nella vita di madre e figlia. Molti anni piú tardi la donna è una scrittrice di fama. Ha scelto la parola al silenzio, dopotutto, perché è cosí che può raccontare anche quella storia d’amore

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Senza tanti fronzoli entriamo nella vita di Lucy Barton, conoscendone la vita nello spazio di quelle nove settimane che è costretta a trascorrere in ospedale. Conosciamo la vita di una figlia attraverso un dialogo con la madre e quello di una famiglia intera in cui le parole non sono mai state la parte preponderante. Elizabeth Strout ha la capacità di farci entrare in risonanza immediata con la protagonista, senza fare nulla di eclatante: semplicemente accostandoci alle cose minute della sua vita. Che in fondo sono lo specchio delle piccolezza che compongono ogni vita.

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